Il libro dei mutamenti

Mediante la facilità e la semplicità si affermano le leggi del mondo intero. La perfezione consiste nel comprendere le leggi del mondo intero-

Nell’inconscio collettivo degli Occidentali è presente la struttura mentale del pensiero greco-romano con la sua logica e le sue immagini delle divinità. Da una parte c’è l’essere umano e dall’altra, spesso visti come nemici, il mondo degli dei e della natura. L’uomo deve difendersi da queste due istanze che con il sopraggiungere dei monoteismi diventano ancora più terribili e minacciose. Dio crea l’universo, quindi la terra e poi l’uomo il quale si trova schiacciato fra queste due forze che vengono considerate nemiche potenti alle quali l’individuo si deve assoggettare o contro le quali deve lottare per ricavarsi un’esistenza migliore. Una lotta che è sopravvissuta nei secoli e che continua ancora oggi con il risultato di creare le premesse per una distruzione totale della natura e quindi delle nostre stesse fonti di sostentamento.

Nulla di quanto ho scritto sopra è presente nel pensiero cinese per cui a noi Europei riesce particolarmente difficile comprendere il modo di vedere la realtà dei filosofi cinesi.                                Già all’epoca degli Shang (II millennio a.C.) si credeva in un antenato per eccellenza considerato come divinità suprema, il quale non era un creatore, ma semplicemente un ordinatore che regolava le forze del mondo cosmico che erano in relazione con quelle del mondo umano. L’ ordinamento dell’universo è innanzitutto un ordinamento dello spazio umano in cui il cosmo si riflette come in uno specchio.                                      L’essere umano può conoscere la realtà con l’azione -nel mondo sociale e politico per Confucio e i suoi seguaci, con la partecipazione o non partecipazione per i Taoisti-                              Mentre gli Europei vogliono conoscere la cosa che sta loro davanti, i pensatori cinesi vogliono conoscere come un evento si svolge e quindi la loro è una conoscenza sempre legata all’azione. La verità è etica in quanto il nostro comportamento e pure il nostro modo di nominare le cose influisce sulla realtà effettiva.

Il Dao (pronuncia Tao) una parola che significa sentiero, cammino ma pure parlare, dialogare e presagire, struttura l’esperienza che non è mai decisa in precedenza ma si modifica e si ricrea nel percorso esistenziale. L’uomo possiede la capacità di alterare il reale mediante conoscenza e l’azione. Il mondo, e tutti gli esseri ivi compresi, sono in continua evoluzione  e passano dall’elemento Yin all’elemento Yang e viceversa in un moto incessante. L’unità è data dal soffio vitale che si trova nella vita stessa poiché la realtà non è che energia vitale.

Il soffio vitale non è un concetto astratto ma rappresenta l’energia che fa essere tutto quello che esiste sulla terra e nel cielo in un andare continuo dal pieno al nulla. Ogni cosa si compie nel ritorno e il movimento del Dao  è un continuo riandare al vuoto che non è assenza o annientamento ma solamente ciò che non muta. Il vuoto è vivo e vi si riassorbono in continuazione tutti gli esseri viventi da cui questi possono poi risorgere per una nuova vita e percorrere un nuovo dao. La vita nasce quando il soffio vitale, ovvero l’energia,  prende forma, muore, ossia si dissolve, quando la forma viene meno.

Anche la lingua cinese fa parte della continua evoluzione del cosmo. Ogni ideogramma  raffigura una piccola parte della  realtà e vi si inserisce in modo armonioso senza nessuna regola grammaticale. La posizione di ogni ideogramma è determinata dagli altri che gli stanno vicini e dalla sua relazione con essi. E’ un linguaggio totalmente immerso nella realtà per cui anche il verbo essere, così importante per le lingue occidentali, perde ogni  valore predicativo e assume significati diversi a seconda della sua posizione e del suo uso, esattamente come ogni altro ideogramma.

Questo lungo e noioso discorso mi è sembrato indispensabile per introdurre uno dei libri più strani e incredibili che mi sia mai capitato tra le mani, ossia –Il libro dei mutamenti- ovvero –I Ching– traduzione di Yijing. Considerato  spesso come un libro di predizioni ad uso di stregoni che cercano di vedere nel futuro altrui per arricchire il proprio, è, a mio parere, un libro di saggezza antica, base e fondamento del pensiero taoista e confuciano.

La traduzione dell’opera considerata maggiormente fedele nelle lingue europee è quella di Richard Wilhelm pubblicata in Italia da Adelphi con l’introduzione di C.G. Jung ma è doveroso ricordare che il testo fu fatto conoscere in Europa da G.W von Leinbiz nel 1697 che vedeva nella linea spezzata e in quella unita un esempio perfetto di numerazione binaria.

Tutto ciò che è stato discusso e pensato nella storia del pensiero cinese ha le sue fondamenta nell’ –I Ching- il quale non fissa l’attenzione sull’osservazione delle cose ma sul mutamento continuo e incessante della realtà.

Il testo si fa risalire al II millennio a.C. e al mitico eroe Fu Xi. Una sua prima riorganizzazione con i relativi commenti si attribuisce al re Wen di Chou attorno al 1150 a.C e quindi, fra gli altri, anche  a Confucio.. L’Yijing è infatti composto da due parti; il testo che contiene ciascuno un esagramma e il relativo commento. Ogni esagramma è composto da 6 linee che possono essere intere o spezzate. Le linee intere rappresentano il principio Yang, le spezzate il principio Yin. Entrambi sono manifestazioni transitorie e labili del Dao che è un cammino infinito ritmato dall’alternanza della vita e della sua evoluzione nell’indeterminato. Lo Yang, spesso identificato come il sole, il cielo, le forze e il movimento, ovvero il creativo, si tramuta incessantemente nello Yin identificato con la terra e con l’ombra, il riposo e la quiete, quindi il ricettivo. Non sono due forze contrapposte, sono inevitabilmente unite perché l’una non può esistere senza l’altra come il basso non può esistere senza l’alto.

Consultare il testo non è molto difficile. Gli antichi Cinesi utilizzavano gli steli di achillea, oggi noi ci accontentiamo delle 3 monete incluse nel volume pubblicato da Adelphi. Si gettano in aria  per 6 volte dopo aver attribuito il valore 1 e 2 a ogni faccia. A ogni caduta si sommano i risultati ottenuti che si scrivono partendo dal basso, e, dopo il sesto lancio, si ottiene il proprio profilo corrispondente ad un esagramma che si consulta facilmente grazie alle tavole incluse nel testo.

Ma vediamo di mettere alla prova l’Yijing in corpore vili. Non sono per nulla superstiziosa e la lettura dell’oroscopo mi causa crisi di riso irrefrenabili, ma davanti al testo fondamentale della saggezza cinese confesso che ho provato un po’ di ansia.

Il risultato mi lascia veramente a bocca aperta: è il numero 25  Wu Wang: l’Innocenza o l’Inaspettato. E ecco che cosa dice in particolare la sentenza.                                                                                     -L’innocenza. Sublime riuscita. Propizia è perseveranza. Se qualcuno non è retto ha disgrazia e non è propizio intraprendere qualche cosa.                                                                                                     Il commento afferma: –L’innocenza. Il solido viene dall’esterno e diventa il signore dell’interno. Moto e forza. Il solido sta nel mezzo e trova corrispondenza. Grande riuscita per conformità. Questa è la volontà del cielo.                                                                                                                              Se qualcuno non è retto ha disgrazia e non è propizio imprendere qualche cosa. Quando l’innocenza se ne è andata dove mai si vorrà andare? Quando la volontà del cielo  non protegge che cosa mai si potrà fare?                                                                                                                                Seguono quindi le analisi dei singoli tratti; tra gli altri mi colpisce particolarmente  l’affermazione: -In caso di malattia senza colpa non adoperare farmaci. Passerà da sé- e-Farmaci sconosciuti non vanno provati-                                                                                                                                  Avevo sbeffeggiato pesantemente l’introduzione di Jung il quale aveva parlato di archetipi e inconscio che avevano guidato il lancio delle monetine per realizzare il suo esagramma, ma ora mi devo arrendere e trovare che la spiegazione di Jung è accettabile. La nostra Bibbia descrive esattamente il  mio atteggiamento verso le medicine: io non ne prendo mai, ne diffido profondamente. Sopporto dolore e malattie pensando che il mio organismo deve reagire da solo oppure soccombere ridiventando energia e soffio vitale informe. Ma vediamo che cosa dice il commento al commento: “La malattia è venuta senza colpa giacché la linea mediana del Creativo è per natura immune da malattie. Che essa appaia ammalata deriva dalla sua naturale tendenza a prendere su di se le malattie altrui. Nella sua posizione centrale, conforme, dominante, è predisposta ad assumere i mali degli altri e a subirne gli effetti su di se. (anche questo corrisponde purtroppo alla mia personalità; se qualcuno mi racconta un suo male me lo ritrovo subito anch’io, ma questo non avevo  mai pensato fosse effetto delle mie capacità creative , ma solamente una forma di nevrosi. E’ certo però che è molto più allettante la spiegazione dell’Yijing!)

Alla fine del profilo altre due frasi mi distolgono dalla contemplazione dei miei mali:                         – Agire innocente reca disgrazia. Nulla è propizio L’agire senza riflessione reca il male della perplessità.-                                                                                                                                                                                              L’agire dipende dalle circostanze e da una situazione positiva si può cadere, non agendo correttamente, in una negativa. Quindi è chiaro che non ci troviamo davanti ad un libro di predizioni  ma ad un manuale di consigli saggi e illuminati che gli antichi re avevano scritto come guida per i loro discendenti e per il popolo .

Non  mi resta che terminare con una nota d’invidia per un popolo la cui unica guida è stata un libro di saggi consigli espressi in forma divinatoria, non un terribile testo ricco di saccheggi, uccisioni, stupri, crocifissioni , miracoli incredibili nei quali si è dispersa per secoli la nostra già misera capacità di comprendere.

Bibliografia :

-I Ching–  a cura di R. Wilhelm ed. Adelphi

Anne Cheng – Storia del pensiero cinese-  ed. Einaudi

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I Discorsi e l’Etica

Gli anni più gloriosi nella storia della cultura cinese furono il periodo degli Stati Combattenti. Un’età in cui sorsero sistemi filosofici destinati ad esercitare un’influenza determinante in tutto l’Estremo Oriente. In quest’epoca di grandi disordini e agitazioni sociali, sorsero le 100 Scuole Filosofiche il cui compito principale fu quello di definire il carattere morale del potere politico e di tutta la popolazione. La monarchia, mai messa in discussione, nemmeno nei momenti dei maggiori disordini sociali, non aveva attributi divini come nelle società feudali europee. Al di sopra del re c’era il Cielo da cui il sovrano aveva ricevuto il mandato di governare, ma un sovrano che non possedesse le virtù morali della giustizia, dell’umanità e della lealtà avrebbe subito la giusta punizione che consisteva nella ribellione del suo popolo contro di lui. Un’altra caratteristica della civiltà cinese da tenere in considerazione quando si affronta lo studio della sua filosofia è l’estremo realismo del pensiero cinese per cui ogni regola morale deve seguire da un’attenta osservazione della realtà.                                                                                                                                                                                       Il filosofo che maggiormente ha influenzato il pensiero orientale è stato senza dubbio Kong Fuzi (il Maestro Kong) da noi chiamato Confucio (551-479 a.C)   Spesso accusato di conformismo  e rifiutato in varie epoche perché non più adatto ai tempi, riesce a porre le basi, semplicemente con i suoi Discorsi e con l’insegnamento ai suoi numerosi discepoli, di una mentalità ancor oggi presente nella Cina contemporanea.

Confucio studia il suo popolo, ne vede le virtù e i difetti e cerca di arginare con i suoi insegnamenti gli effetti negativi che alcuni caratteri tipici della popolazione  potrebbero avere su tutto lo Stato. Il Maestro, spesso criticato per la sua esaltazione della sottomissione filiale, che  a noi può sembrare un’imposizione superata, deriva il suo codice morale dall’osservazione  dei numerosi casi di parricidio dovuti all’educazione troppo indulgente dei genitori cinesi, che, troppo amanti dei loro figli li viziavano.                             “Che i genitori abbiano a preoccuparsi solo delle malattie dei loro figli” Afferma  nel libro II aforisma 6 degli Analecta.

I Lun Yu, letteralmente dialoghi o frasi, da noi tradotto appunto come Analecta, raccolgono  il pensiero e l’insegnamento del grande Maestro. Si dividono in venti libri che contengono aforismi, massime, insegnamenti, completamente separati gli uni dagli altri ma che in generale  si possono riunire sotto le seguenti categorie:

-La virtù e il senso di giustizia-  -Il rito e la legge- -La differenza tra l’uomo nobile e il volgare- – Il senso di umanità- -I giudizi sulla natura umana e una severa autoanalisi della propria opera di insegnante-

Confucio non voleva essere un pensatore originale; credeva negli antichi e ammirava profondamente la loro cultura e civiltà e ne voleva trasmettere gli insegnamenti come afferma chiaramente negli Analecta: – Io tramando e non creo, confido negli antichi e li amo.- -Non sono venuto al mondo con il sapere innato, ammiro gli antichi e mi sforzo di penetrarne il senso- – Chi esaminando il passato comprende il presente può essere ritenuto un vero maestro-

Confucio non vedeva differenze tra gli esseri umani – La natura umana è simile in tutti gli esseri umani , ciò che li differenzia sono i costumi– Il suo studio è concentrato soprattutto sulla conoscenza dell’animo umano. – Guarda a quali fini un uomo è rivolto; osserva le motivazioni del suo agire; esamina ciò di cui si compiace. Può mai un uomo nascondersi?-                                                                   I consigli che rivolge ai suoi discepoli colpiscono per la loro incisività e non si possono facilmente dimenticare. Ciascuno di loro meriterebbe un’analisi approfondita che la mancanza di tempo mi impedisce di fare per cui mi limito a scriverne di seguito alcuni, quelli che ho trovato più interessanti:                                                                                                                               -Non affliggerti per non essere conosciuto dagli uomini, affliggiti piuttosto per non conoscere gli uomini-                                                                                                                                                     – Essere povero e non provare acredine è difficile, essere ricco e non provare orgoglio è facile-                                                                                                                                                                                                           – Quando si ama qualcuno si può non esigere da lui il massimo sforzo? Quando si è leali con qualcuno gli si possono tacere i propri rimproveri?-

Il precetto che deve governare tutta la vita si trova nel libro.15 af.24                                                                          – Ciò che non desideri per te non imporlo agli altri–                                                                                                                                         Nello stesso libro troviamo altre interessanti massime che si possono applicare anche oggi. Come:   –Il più grande errore è quello di non correggere i propri errori-   -Non si discuta con chi percorre vie differenti-   -Se non parli con chi è giusto parlare perdi l’uomo, se parli con chi non devi parlare perdi le parole. Il saggio non perde le parole e non perde gli uomini-  – Il benpensante di paese è il parassita della virtù-   -Venendo a contatto con un saggio lo si prenda a modello, entrando a contatto con una persona priva di saggezza ci si interroghi seriamente-   – Chiacchierare tutto il giorno senza dire mai nulla di essenziale, divertendosi con inutili motti di spirito. Che destino vergognoso!-

Il senso di umanità con cui  noi traduciamo l’ideogramma rèn composto dall’ideogramma uomo e da due linee che indicano il numero due, è alla base di tutte le riflessioni del Maestro. Ricorre almeno 100 volte negli Analecta e è evidentemente utilizzato come un termine che comprende in sé tutte le qualità che un essere umano dovrebbe possedere. Il rèn è ciò che rende un uomo autenticamente tale, che lo individua con la sua personalità ed eticità come singolo che entra in rapporto con gli altri, consapevole della propria essenza e dell’influsso reciproco che gli uomini esercitano tra di loro. Il rèn è l’essere sempre presenti a se stessi, responsabili dei propri pensieri e delle proprie azioni. In che cosa consista il rèn è chiaramente indicato nel libro 17. af.6 –Il senso di umanità consiste nel sapere agire nella realtà esercitando i 5 aspetti ossia: cortesia, generosità, sincerità, zelo, affabilità. Con la cortesia non si incorre in umiliazioni,con la generosità si riscuote il consenso generale, con la sincerità si ottiene fiducia, con lo zelo si realizzano opere meritorie, con l’affabilità si è in grado di impegnare gli uomini-                                                                                                                                                     Il rèn è un riflettere se stessi negli altri con onestà e consapevolezza sapendo che ogni nostra azione avrà un’influenza sulle altre persone come si scrive nel libro 6.30 —L’uomo incentrato nel senso di umanità promuove l’autonomia negli altri; se desidera progredire fa progredire gli altri. Valuta gli altri in rapporto a se stesso e con se stesso Ossia attraverso la propria persona con il senso di umanità si può raggiungere la realtà esistenziale degli altri esseri umani. Ma solo pochi raggiungono il senso di umanità per cui chi vuole continuare per la via della saggezza e della nobiltà d’animo deve (L.9.25)   -Fare assegnamento sull’essere sinceri e coscienziosi. Non stringere amicizia con chi non gli è pari e se sbaglia  non deve avere paura di emendarsi-                                                                                                                                               Del IV Libro, intitolato -Dimorare nel senso di umanità-  cito solo alcune frasi che permettono di chiarire ulteriormente il concetto e la sua importanza per Confucio:                                     – E’ bello dimorare nel senso di umanità. Solo possedendola si può ottenere la saggezza- -Chi non ha senso di umanità non riesce a sopportare le difficoltà e non riesce a perseverare nella gioia- -Soltanto chi mantiene il senso di umanità può amare gli uomini o detestarli- -Gli uomini desiderano ricchezza e poteri ma vi si deve rinunciare se non si possono ottenere in modo onesto- -Gli errori degli esseri umani derivano dal loro modo di essere. Osservandoli si capisce il loro carattere- – Tre amici ci aiutano a migliorare: onestà, fiducia e vasto sapere. Tre amici ci portano alla rovina; disonestà, impostura, adulazione-

Il senso di umanità è ciò che distingue l’uomo nobile dal volgare. E gli insegnamenti, indirizzati alla classe politica dominante, si rivolgono soprattutto a coloro che devono essere nobili nell’animo per poter governare in modo giusto. Ma nobile e volgare non caratterizzano solamente due classi sociali, per estensione diventano due istanze etiche in opposizione ma tutte e due presenti nell’animo umano. Il nobile junzi, termine che si può tradurre come figlio del re, si contrappone allo xiaoren, il piccolo uomo, il meschino e il volgare e è contro questo aspetto dell’animo umano che il Maestro lancia i suoi strali. Il junzi è quella parte di noi che tende ai valori spirituali più alti mentre lo xiaoren tende alla soddisfazione immediata dei desideri che diventano l’unico scopo della vita. Essere subordinati ai  desideri immediati della vita significa pure essere subordinati al governo di chi riesce a controllare questi desideri. Il vantaggio personale e il criterio del profitto sono gli elementi che legano il volgare alla bassezza, mentre il nobile, che valuta le azioni secondo un criterio di giustizia è capace di riflettere sul modo più corretto di agire. – Tre sono le vie del nobile che io non soddisfo: -avere umanità senza ansia, conoscere senza dubbi, avere coraggio senza paure–  Confucio dichiara umilmente che anche lui non riesce a raggiungere la perfezione che auspica nell’animo nobile. Le aspirazioni  verso un’etica superiore trovano nell’animo umano tendenze e paure che la ostacolano,ma è contro queste tendenze verso il basso, il particolare e l’indistinto che il junzi deve combattere le sue intime battaglie. Ma lasciamo che parlino in modo conciso e immediato, cogliendo il segno e colpendo i problemi, gli ideogrammi di Confucio:                                                                                             -L’uomo nobile è colui che prima mette in pratica le proprie idee e poi ne parla- -Il nobile ha una visione universale, non considera il particolare, il volgare ha una visione limitata, non vede in generale- – Il nobile migliora le buone qualità degli uomini, il volgare fa l’opposto- .Il nobile cerca l’armonia non l’uniformità, il volgare cerca l’uniformità non l’armonia- -Il nobile soffre quando non può giudicare se stesso positivamente non quando gli altri non riconoscono i suoi talenti- -Non sono le parole che fanno accettare al nobile una persona. E non a motivo della persona il nobile rifiuta le parole- -Il nobile è sicuro e giusto non ostinato- – Nel processo di crescita si amano i riti e la musica, si riconoscono le qualità positive negli altri, si stringe amicizia con  persone di valore . Nel processo di decadimento si deriva il proprio piacere dall’orgoglio dall’ozio e dal cibo.-                                                                                                                                                                                                     -La sostanza stessa del nobile è il senso di giustizia che esercita mediante la ritualità, rende manifesta con la modestia e perfeziona con la lealtà-

Il rito nel pensiero di Confucio assume un’importanza fondamentale. Il lì, che all’origine della storia cinese rappresentava l’insieme delle regole  che governavano le celebrazioni rituali, diventa per il nostro filosofo, l’insieme delle regole che devono governare la vita umana. Le consuetudini controllano il rapporto tra gli uomini in modo tale che la loro vita trovi  radici nel grandioso passato e trasmetta al futuro gli stessi principi etici. Si basa sulle correlazioni esistenti all’interno della famiglia, nei rapporti tra i coniugi, tra genitori e figli, tra il figlio maggiore e il minore e che riflettono i rapporti gerarchici tra i sovrani e i sudditi.. Il rito dà significato alle azioni umane, le allontana dal comportamento istintivo tipico dei barbari. Il rito agisce positivamente sugli uomini e li spinge al retto comportamento, e, radicandosi nel loro inconscio, ne modifica e controlla l’istintualità creando una coscienza etica come si afferma chiaramente nel libro 2. par. 6                                             – Se si governa una nazione facendo affidamento sulle leggi e si mantiene l’ordine mediante le punizioni, il popolo cercherà di eluderne l’azione e  non avrà una coscienza etica. Se invece si guida uno stato affidandosi alla virtù e mantenendo l’ordine con la ritualità, il popolo acquisterà un’etica  e tenderà naturalmente al bene.-                                                                                                 Una società governata dalla giustizia e retta sulle regole rituali non dovrebbe aver bisogno di leggi. Il governante che si fa carico delle giuste aspirazioni  della sua comunità riesce a contenere  entro l’ordine costituito dai riti le spinte egoistiche e violente che inevitabilmente affiorano dall’animo umano. Ma per far aderire anche l’individuo più refrattario al senso di giustizia  bisogna che i riti tocchino le istanze più profonde dell’animo umano e ne modifichino i caratteri negativi instaurando nel contempo un istintivo comportamento etico indispensabile al benessere individuale e sociale. Il rito è spesso abbinato alla musica che anticamente includeva un ambito assai vasto di manifestazioni artistiche come il canto, la danza e le arti plastiche. Se la musica è perfezione armonica , il rito diventa armonia che coinvolge e regola l’animo umano; raffigura e riproduce l’ordine dell’universo, con il volgersi delle stagioni, con il giorno che segue alla notte e lo stesso ordine si deve riprodurre nella società umana. Soltanto in una società ordinata, quindi armoniosa, e organizzata secondo il senso rituale è possibile   dispiegare tutto il proprio potenziale umano. Una società in cui il lì e il rèn non siano presenti è una società destinata al fallimento. E’ una società in cui prevale il crimine che non è visto solamente come un problema di ordine legale, ma come un’infrazione di ordine cosmico  che sconvolge i rapporti che esistono tra il Cielo e la Terra   e che crea conseguenze funeste per tutta la comunità.

Il rito rientrava nel patrimonio culturale dei nobili, un codice d’onore che regolava ogni loro azione e che li condannava al suicidio, per evitare il disonore, nel caso avessero compiuto un’azione disonesta. La legge, emanata dai nobili, era per il popolo e trattava soprattutto della giustizia penale. Il rito, non discende fino al popolo e la giustizia penale non sale fino ai dignitari. Il nobile non ha bisogno della legge, regola   la sua attività sui riti che moderano e controllano il suo modo di esprimersi e di governare. Il nobile è tale per la sua sincera e profonda aderenza ai riti che ne modellano il comportamento e  creano  in lui un profondo senso di civiltà: -Un rispetto che non corrisponda allo spirito del rito è increscioso , la cautela che non deriva dal rito è insicurezza, l’intraprendenza che non è corretta dallo spirito rituale è trasgressione, la schiettezza che non osserva lo spirito rituale è brutalità– Si afferma nel Libro  8.par. 2 Non è ammessa però l’ipocrisia nell’adesione ai riti i quali devono regolare e uniformare in modo profondo la personalità umana. E se chi governa si uniforma  ai principi della rettitudine  anche il popolo sarà retto e onesto. Nel Libro 12 par. 18  Confucio fa notare  al nobile Jì Kangzi che si lamentava dei numerosi furti nel suo territorio: –Se voi non nutriste desideri avidi, non vi sarebbero furti nemmeno se incoraggiati- E, richiesto in che cosa consistesse l’arte di governo, Confucio risponde: -L’essere d’esempio la popolo nel sobbarcarsi gli oneri e non cedere all’indolenza- (L.13 p.1) E, –Se si è onesti che problemi ci saranno mai a governare. Ma se non si è in grado di rendere onesta la propria persona  come mai potranno essere corretti gli altri?- (L.13.13f)

Nel Libro XIII degli Analecta Confucio esprime un’altra fondamentale teoria  quella riguardante i nomi e la loro aderenza alla realtà, mettendo così in luce uno dei problemi più importanti della filosofia cinese , ossia il rapporto tra il nome e la realtà che questo esprime  che troverà la sua espressione filosofica alcuni secoli più tardi nella Scuola dei Nomi a cui aderirono molti filosofi del diritto.   – Le parole esprimono semplicemente  ciò che devono comunicare e nient’altro- afferma nel L.15.p41                                                                                                     Nel par. 13: “ Zilù chiese:  Se il junzi di Wei vi affidasse il governo a quale misura dareste il primo posto? Confucio rispose: indubbiamente alla rettificazione dei nomi! Zilù si meraviglia e dice , Come siete contorto, come mai questa correzione?  Confucio ribatte: quanto sei volgare! Rispetto a ciò che non capisce il nobile sospende il suo giudizio!   Se i nomi non aderiscono al proprio significato i discorsi saranno privi di rapporto con la realtà, se i discorsi sono privi di rapporto con la realtà allora ciò che viene realizzato non sarà un vero conseguimento ; se ciò che viene realizzato non sarà un vero conseguimento allora i riti e la musica non entusiasmeranno; se i riti e la musica non  piacciono  le punizioni non colpiranno in maniera mirata, se le punizioni non colpiscono in maniera giusta  gli uomini non conosceranno i propri limiti perciò il nobile nel pronunciare le parole deve tener conto del loro vero significato e utilizzandole deve conoscere le effettive  possibilità di metterle in atto. Chi governa non può parlare in modo trascurato-

Bibliografia:

Fung Yu-Lan -Storia della filosofia cinese- Mondadori                                                                        Charles P. Fitzgerald -La civiltà cinese- Jouvence                                                                                   a cura di L. Maggio – Confucio-Analecta- Bompiani  (da cui provengono alcune traduzioni dei pensieri che io non riuscivo a tradurre)

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Fra il Cielo e la Terra

este-006                                 Il Museo Nazionale di Este espone, come ho già scritto tempo fa, una parte dei tesori dello Stato di Chu, scoperti negli scavi di Jiuliandum, nella provincia di Hubei nel 2002, mentre si tracciava il percorso di un’autostrada. Confesso che, pur avendo trovato fantastici tutti i reperti, quello che mi ha colpito di più è stato vedere  quasi in perfetto stato l’armatura da parata indossata dai militari  intorno al IV secolo a.C.este-038                                             Composta da placche in cuoio pressato e laccato, cucite tra loro  da fili di seta, è emersa dal sottosuolo dopo più di 2500 anni a ricordarci l’abilità degli artigiani cinesi e la genialità del suo popolo. Accanto al reperto i curatori dell’esposizione hanno saggiamente scritto alcune frasi  de –L’arte della guerra- di Sun Tzu, un libro che ho sempre trovato incredibile  per la lucidità matematica e scientifica con cui l’autore spiega come si deve fare per vincere una guerra. Non si sa molto di Sun Tzu se non che è nato nel periodo delle Primavere e degli Autunni, ossia tra il 722 e il 481 a.C e che lavorava alle dipendenze del re Helu come consigliere militare aiutandolo nella conquista dello Stato di Chu.                                              -L’arte della guerra– è un manuale militare scritto in modo semplice e chiaro, probabilmente è stato riscritto molte volte anche nei primi secoli d. C, in cui si spiega che cosa si deve fare per vincere una guerra. Ricordo di averlo letto tanto tempo fa con somma meraviglia perché denotava una mentalità scientifica e una chiarezza nell’analizzare i fatti e nel dedurne le conseguenze che superava ogni altro scritto che mi fosse capitato fra le mani, anche quelli di Machiavelli, vissuto 2000 anni dopo di lui. Purtroppo il bel testo con i commenti di L.V. Arena non si trova più nella mia ordinata biblioteca per cui tutte le citazioni che seguiranno provengono dal sito internet www sunzi.it                                                                      Da quello che ho scoperto ricercando in internet, sembra che il testo sia alla base della politica militare di molti Stati attuali per cui non temo di annoiare i miei lettori riportando  alcune delle frasi che ho trovato più interessanti.                                                             Il libretto è diviso in 13 capitoli in cui si analizzano le condizioni mentali, sociali, logistiche  che permettono di vincere una guerra.                                                                                                           Nel primo capitolo intitolato -Pianificazione e valutazione- si legge tra l’altro: ” La guerra è di somma importanza per lo Stato è sul campo di battaglia che si decide la vita o la morte delle nazioni, la loro sopravvivenza o distruzione”                                                            Nel terzo capitolo intitolato -Attacco strategico- si trovano tutti i principi che ispirano l’opera di Sun: “In guerra è meglio conquistare uno stato intatto; devastarlo significa ottenere un vantaggio minore ” e: ” Ottenere 100 vittorie su 100 battaglie non è il massimo dell’abilità. Vincere il nemico senza combattere, quello è il trionfo massimo” quindi: “Se il generale è incapace di controllare la propria impazienza  e lancia le truppe all’assalto delle mura come uno sciame di formiche ne farà massacrare un terzo senza prendere la città. Simili attacchi sono dimostrazione di stupidità assassina”  “Chi è veramente esperto nell’arte della guerra sa vincere l’esercito nemico senza dare battaglia, prendere le sue città senza assediarle e rovesciarne lo Stato senza operazioni prolungate”                     Al centro di tutte le teorie del nostro stratega esiste il principio fondamentale: “Conosci il nemico come conosci te stesso. Se farai così anche in mezzo a 100 battaglie non ti troverai mai in pericolo. Se non conosci te stesso e non conosci il nemico sì certo che ogni battaglia sarà fonte di pericolo gravissimo”                                                                                                  Una sola citazione dal capitolo 6- Punti di debolezza e di forza- “Ricorda un esercito può essere derubato del suo ardore, un generale spogliato del suo senno”

Negli ultimi capitoli si analizzano le difficoltà presentate dai vari terreni ; paludosi, montuosi e pianeggianti e la situazione in cui si trova l’esercito avversario che si può cogliere osservandolo con attenzione: “Quando il nemico è rumoroso anche di notte vuol dire che è spaventato” e ripete : “Conosci il tuo nemico come conosci te stesso: la tua vittoria sarà sicura. Conosci il terreno e il cielo, la tua vittoria sarà totale”                                                Sun Tzu non risparmia ammonimenti ai sovrani: “Un sovrano non può mobilitare un esercito per uno scatto d’ira, né un generale può combattere soltanto perché mosso dalla collera. Infatti un uomo in collera può recuperare la calma  e un uomo risentito può rasserenarsi , uno Stato finito in pezzi non può essere ripristinato né i morti possono essere restituiti in vita”                                                                                                                                                                           este-031                             Accanto   all’armatura militare un altro oggetto dell’esposizione di Este ci introduce nel mondo incantato dello Stato di Chu, ovvero un’arpa del 475-211 emersa anche lei dagli scavi delle tombe di Jiuliandum. Chiamata SE non si conosce esattamente il suo uso anche perché lo stato di conservazione non è dei migliori.   este-034                                                                      Vicino a lei è esposta la campana in bronzo detta yong, dello stesso periodo, che assieme ad altre 33, simili per forma ma diverse per misura, percosse all’esterno da altrettanti musicisti, componevano un concerto che doveva avere un incredibile effetto sonoro.este-036                                      Anche l’oggetto sopra riprodotto era parte di uno strumento musicale detto bianqing che, appeso assieme altri 23 veniva utilizzato per produrre un concerto musicale. Era realizzato in antracite e decorato su entrambe le facce con incisioni policrome  in rosso, giallo, oro, blu e verde. Gli oggetti rinvenuti negli scavi archeologici facevano parte  di grandi orchestre  che onoravano l’altezza del rango del defunto. La musica nell’antica Cina era considerata l’arte necessaria alla perfezione e all’educazione dei giovani aristocratici e aveva un profondo significato metafisico. Dalla sua perfetta esecuzione derivava il delicato equilibrio che si deve instaurare tra il Cielo e la Terra, infatti, come si sottolinea nel memoriale dei riti -Liji- la musica si suddivide in 5 gradi fondamentali ai quali corrispondono gli elementi del cosmo: ad esempio il Fa (gong) corrisponde alla terra, al colore giallo, al ruolo dell’imperatore, al cuore, al centro e al numero 5. La nota SOL (shang) rappresenta i ministri.  LA (jiao) il popolo, il DO  (zhi) i servizi pubblici mentre il RE (yu) l’insieme delle cose. La nota dominante di ciascuna composizione indicava lo scopo per cui era stata composta. Negli antichi trattati, rielaborati poi nel -Nuovo Trattato dei LU- del XII e quindi del XVI secolo, si spiega poi come il suono fondamentale venga emesso dal flauto ( ma per maggiori informazioni rimando al portale: -La musica cinese- Tutto Cina.it)este-041                                   La vetrinetta contenete gioielli in giada ci permette di gettare un rapido sguardo su un’altra delle caratteristiche della cultura e della civiltà cinesi, ovvero il suo culto per la giada. La giada che acquistiamo noi turisti è fatta di serpentina, un moderno surrogato della giada; facile da lavorare perché ha una densità due volte inferiore alla giadeite e si scalfisce con una lama, cosa che non succede con la nefrite, la vera giada dei sovrani cinesi, che, importata con spese enormi dallo Xinjiang, costituiva la pietra preziosa per eccellenza. La nefrite, estremamente dura, non può essere scalfita nemmeno con l’acciaio. La lavorazione della vera giada è difficile anche con gli strumenti moderni e risultava un’impresa per pochi nell’antichità. Le difficoltà nella lavorazione e nel recupero della giada sono sicuramente all’origine della venerazione  e del culto che i Cinesi le hanno attribuito. E’ per loro -la cristallizzazione dei raggi della luna e delle stelle- simbolo di tutto quello che è nobile e eccellente. Per i filosofi confuciani era il simbolo delle virtù morali mentre per i Taoisti rappresentava l’elisir di lunga vita.                                                                                                                  La venerazione per la giada risale a tempi antichissimi, molto prima dello Stato di Chu e veniva utilizzata come contrassegno del potere . Inoltre la giada è stata da sempre il simbolo della divinità della natura che non erano rappresentate in modo antropomorfico ma con figure astratte e geometriche . Sei erano gli antichi simboli della giada: il Cielo , la Terra, i 4 punti cardinali che si identificavano con le 4 stagioni. Simbolo del Cielo, il disco di giada verde chiamato pi, aveva al centro un foro il cui diametro doveva essere uguale  alla metà della larghezza dell’anello. Simbolo della terra era un tubo di giada,  circolare all’interno ma quadrato all’esterno, chiamato tsung. Il simbolo dell’oriente e della primavera era la tavoletta kuei che veniva posta nella sepoltura sul lato sinistro del cadavere. Era fatto di giada nera, a forma di semicerchio e rappresentava il nord, il huang e veniva collocato ai piedi del defunto. Il simbolo dell’estate era un mezzo kuei in giada rossa. Il hu, fatto di giada bianca, simbolo dell’occidente e dell’autunno, era la giada scolpita in forma di  tigre, il re degli animali per i Cinesi.

Prima di uscire dal museo gettiamo un ultimo sguardo sui vasi rituali in bronzo, sui quali ci sarebbe pure molto da scrivere. Si dividono in vasi per il cibo:este-014                               per il vino;este-025                                    per l’acquaeste-022                                   Ci sono poi i bracieri per riscaldarsi,este-027                                  Tutti gli oggetti sono molto simili a quelli che abbiamo visto a ca’Pesaro del XVII secolo  a testimonianza della continuità culturale della Cina attraverso i secoli.este-010                                  Risalgono al periodo degli Stati Combattenti le due statuette in legno che probabilmente sostituivano i sacrifici umani.

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Omaggio a Reitia

este-163             La cittadina di Este, situata a sud dei Colli Euganei, possiede uno splendido museo in cui sono raccolti i reperti che vanno dal paleolitico all’epoca romana. Ci sono molti musei di questo genere in Italia, tutti estremamente interessanti, ma il museo Atestino, situato nella villa Mocenigo, addossata alla cinta muraria,este-162                          custodisce i preziosi reperti, rinvenuti nella zona, dei templi dedicati alla dea Reitia, divinità femminile venerata dal 7000 al 3500 a.C.                                                                                                               Reitia era la dea del cielo e della terra, protettrice e amica delle popolazioni, come testimoniano i numerosi ex voto ritrovati nelle tombeeste-072.este-073                                         Veniva raffigurata con figure femminili antropomorfe     este-065                                                      con la testa di cavallo e una chiave in mano di cui non si riesce a cogliere completamente il significato  come nella stele funeraria dedicata a Fugia.este-088                               I ritrovamenti dei templi dedicati a Reitia, sia all’interno di Este che in altre zone del Veneto, sono la conferma e testimonianza dell’esistenza del matriarcato nell’epoca preistorica. Bachofen nel suo famoso libro -Il  potere femminile– analizzando i documenti letterari e filosofici dell’antica Grecia, era giunto alla conclusione che era esistita un’epoca in cui il potere era matrilineare. Le donne, in questa fase dell’evoluzione umana, non dominano solamente la vita familiare ma anche la vita economica, sociale, politica e religiosa. Il concetto di paternità non esiste perché non si conosce il ruolo dell’uomo nel concepimento del figlio, quindi solo la madre dà la vita. Il ruolo culturale nell’educazione dipende dalla madre e questo aspetto si è probabilmente conservato anche nelle nostre società. Bachofen, che ha scritto il suo testo nel 1861 non conosceva gli scavi di Este avvenuti circa 100 anni dopo e che avrebbero confermato le sue teorie, osteggiate pesantemente da tutto il potere maschilista del suo tempo e del seguente.

Il matriarcato viene considerato erroneamente come un modo di vita completamente opposto al patriarcato che ha preso il sopravvento con i Greci e i Romani; in realtà il modo di governare femminile non è l’opposto di quello maschile  ma è completamente diverso; fa parte infatti della personalità patriarcale vedere solo il bianco in opposizione al nero e non cogliere tutte le sfumature del grigio che la vita offre in ogni momento. Ormai tutti gli studiosi delle società matriarcali sia antiche che di quelle ancora presenti oggi, concordano nel rilevare alcune caratteristiche comuni in tutte le comunità in cui il potere è in mano alle donne e che cercherò di riassumere il più brevemente possibile.                                                                   I beni delle società matriarcali, che all’origine si basano sull’agricoltura,sono distribuiti in modo egualitario tra tutti i membri del gruppo. Le persone vivono in grandi clan dove la discendenza è riconosciuta solo in linea femminile. I nomi del clan e i titoli derivano dalla posizione sociale materna. La paternità non è conosciuta e gli uomini di un clan si prendono cura di tutti i bambini. Sono società egualitarie fondate sul consenso collettivo e quindi le decisioni politiche vengono prese in assemblee in cui non è escluso nessun membro domestico. Le donne vivono nelle grandi case del clan e non si spostano quando si sposano. E’ comune il mutuo matrimonio tra due clan dello stesso villaggio e tutti sono legati per nascita in linea femminile. I giovani che si sposano restano una notte con la sposa e ritornano nella casa materna il giorno dopo, infatti non hanno il diritto di vivere nella casa della sposa. I beni del clan, compresi i campi e il cibo, appartengono alle donne e questo assicura loro il potere politico e sociale. Bachofen vede nella religione praticata nella Licia, che secondo lui era un potente matriarcato, l’elemento più interessante di questo tipo di governo. Lo studioso svizzero nota come gli antichi Lici avessero eretto imponenti tombe ai loro morti e collega la venerazione dei defunti al matriarcato. Si ergono imponenti monumenti ai morti perché si è certi che rinasceranno da una donna del clan, nella loro casa e nel loro villaggio. Nel matriarcato le donne non possiedono solamente il potere economico e politico ma vengono venerate perché garantiscono la rinascita e una nuova esistenza. E’ una concezione della vita mutuata dall’osservazione della natura dove, dopo la morte invernale, a primavera, la vegetazione rinasce. La terra è la grande madre che garantisce l’esistenza a tutti gli esseri viventi. Nel cielo si vedono le stelle che sorgono e tramontano ogni notte e il sole che nasce e muore ogni giorno. L’universo è la grande dea della creazione del cielo e della terra che fa nascere e morire ogni cosa (come la dea Nut degli Egiziani che al mattino mette al mondo il dio Ra, il sole, e alla sera lo divora) L’esistenza umana ripete il ciclo della natura e fa parte della natura, non ne è superiore e non la possiede come nelle cultura patriarcali. L’intero mondo in tutte le sue manifestazioni è sacro, divino e non esiste il bene o il male, l’inferiore o il superiore. La natura va rispettata perché è sacra e dona la vita e non si deve distruggere.

Il matriarcato non è stato completamente distrutto dal patriarcato, esistono nel mondo ancora piccoli gruppi in cui domina il potere femminile e in cui si possono riscontrare i modi di vita che ho riassunto sopra. R. Coler nel suo libro –Il regno delle donne. L’ultimo matriarcato– parla della comunità Mosuo composta di circa 25.000 abitanti nel villaggio di Loshui nella provincia dello Yunnan in Cina, in cui le donne hanno ancora in mano il potere all’interno della società e amministrano l’economia. Coler osserva come le donne lavorino sempre in questi gruppi e come gli uomini vi svolgano solamente i lavori più umili e pesanti e solo raramente intervengano nelle discussioni che riguardano i rapporti di vicinato. Anche qui la figura del padre non esiste come non esiste il matrimonio. Si considera che l’amore e il sesso durano poco e quindi non servano a formare una famiglia di cui non c’è nessun bisogno se tutta la comunità si dedica all’educazione dei bambini. Anche fra i  Mosuo la natura  è sacra e non si deve distruggere e anche fra loro è condannata ogni forma di violenza.

Troppo triste e doloroso ogni paragone con le società patriarcali in cui viviamo oggi e dove domina, per il profitto di pochi, la distruzione dell’ambiente, la violenza sulle donne, l’allevamento lager di milioni di animali, il tutto sostenuto e benedetto dai vari monoteismi per i quali esiste il superiore, l’uomo che può torturare e massacrare per i suoi interessi gli animali, asservire intere popolazioni, distruggere boschi e foreste per un’avanzata gloriosa verso il Progresso.

 

 

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Uno sguardo sull’antica Cina

p1050608                               Nello splendido palazzo dei Pesaro, all’ultimo piano, ben curata ma chiaramente bisognosa di uno spazio maggiore, troviamo la raccolta di opere d’arte cinese di Enrico di Borbone. Appartengono quasi tutte alla dinastia Qing (1644-1911) e per me sono un’ottima occasione di riprendere il discorso sull’arte e la cultura cinese che avevo incominciato nel nov.dic. 2013.                                                                                                                                                                                     Tutti conoscono la porcellana cinese, prodotta per la prima volta durante la dinastia Tang dal 618 al 907. Dipinta e decorata nei secoli seguenti, secondo il gusto europeo, è stata importata nei nostri Paesi in grande quantità per cui mi limiterò a mostrare un paio di immagini della ricca collezione di vasi presenti nelle stanze.p1050513                                 Al centro domina una campana cloisonné in legno, metallo e smalti dell’epoca Qing,  a sinistra un vaso bianco e blu in porcellana e a destra un vaso chiamato -della famiglia verde- entrambi dello stesso periodo.p1050523                               Appartengono al XVIII secolo numerosi vasi monocromi detti sangue di bue presenti nella sala e numerose statuette raffiguranti il Budda.p1050539                                       Nella parte centrale della piccola stanza domina, racchiuso e ben protetto in una vetrina, uno scettro buddista in giada risalente al XVIII secolo.                                                       p1050535                                    Sulla giada , considerata dai Cinesi la pietra più importante e preziosa, avrò modo di ritornare, ora ci limitiamo ad osservare un prezioso paravento realizzato in Cina nel XVIII secolo secondo lo stile chiamato Coromandel dal luogo in cui venivano realizzati in India i paraventi spediti poi in Europa. Costruito in lacca, oro e madreperla è formato da 12 ante sulle quali è rappresentato un corteo di dignitari  a cavallo che si avvia a una battuta di  caccia.

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.p1050585p1050586                                                    Anche analizzando i singoli particolari è impossibile trovare una scena che rappresenti animali uccisi o feriti; risalta invece l’eleganza e la grazia con cui sembrano muoversi i singoli personaggi.Il paravento apparteneva alla famiglia del principe Enrico di Borbone assieme alla splendida scacchiera bianca e rossa dello stesso periodo.p1050453                                                 Ed eccoci davanti a due vetrinette introdotte da un celebre proverbio cinese -Se vuoi sapere se un paese è ben governato ascolta la sua musica– che ci induce a meditare seriamente sul nostro presente. In Cina si credeva che la musica avesse un ruolo formativo per lo spirito e che dovesse rispettare il delicato equilibrio che si doveva instaurare tra il cielo e la terra. Ogni nota e ogni tonalità avevano un significato che si correlava al cielo o alla terra; infatti la musica era investita di significati filosofici e cosmologici. Ora limitiamoci ad osservare il liuto san xian,  ossia a 3 corde, con manico lungo e cassa armonica coperta con pelle di serpente.p1050450                                       Il liuto a 4 corde in seta a cassa armonica rotonda.                 p1050451                                                                Alcuni flauti traversi e uno strumento musicale chiamato SE di cui non si conosce esattamente l’utilizzo. Si può supporre che si suonasse come un’arpa da tavolo.p1050452                                 In fondo alla saletta che si affaccia in modo assai suggestivo sul Canal Grande, in una vetrinetta, sono esposti 3 vasi rituali provenienti dal museo di Hubei. Sono un’introduzione all’esposizione intitolata –Meraviglie dello Stato di Chu– che si divide tra Este e Adria. Qui, i 3 grandi contenitori , accostati ai bronzi rituali dell’epoca Qing ,permettono di cogliere un aspetto fondamentale  della cultura cinese, ossia il fatto che le arti restarono in Cina praticamente immutate per parecchi secoli.p1050459                                  A destra, nella brutta foto, ecco ding, un contenitore rituale in bronzo  del periodo degli Stati Combattenti (475-221 a.C) a tre piedi proveniente dalla tomba di Baohan a Jinmem, Il contenitore al centro, pure di uso rituale, risale al 9 a.C mentre il contenitore per il vino a sinistra è del 4.a.C. Osservando ora i vasi rituali in bronzo della dinastia Qing nella sala, notiamo come la forma sia rimasta invariata mentre ritroveremo gli stessi motivi ornamentali sui reperti in esposizione ad Este.p1050427                                     I motivi geometrici o a forma di animali si riproducono per secoli, ciascuno di loro con un significato ben preciso. Su tutti domina la forma del drago, lo spirito della pioggia , uno spirito benefico che salva i raccolti dalla siccità e regola i corsi dei fiumi.p1050434                              Un altro dei motivi scolpiti che si ritrovano nei vasi è la testa da orco con gli occhi sbarrati e il mento sfuggente di cui è difficile cogliere il significato.p1050436                                         La causa dell’immobilismo culturale cinese non è dovuta alla mancanza di iniziativa o fantasia di questo grande popolo ma al fatto che la Cina fu continuamente occupata e quindi dominata da popolazioni nomadi di livello culturale assai inferiore che, come i Qing, dinastia mancese, una volta raggiunto il potere, intimoriti dalla cultura cinese, divennero più Cinesi dei Cinesi stessi e imposero agli artisti la ripetizione dei motivi del passato impedendo lo sviluppo di nuove forme di ricerca artistica o filosofica. Il concetto di fugu da fu=padre, maestro e gu=antico indica l’interazione con il passato che deve sempre essere presente nell’opera d’arte e che diventa parte integrante della mentalità cinese.                                                                                                                                                                             L’esposizione divisa tra Venezia, Este e Adria che mostra gli oggetti provenienti dalla tomba del marchese Yi di Zeng del 433 a.C e appartenenti al museo di Hubei, è fondamentale per capire  un periodo dell’antica Cina che determinò tutto il suo modo di pensare e di vedere la realtà. Attraverso l’osservazione degli strumenti musicali,delle armature e dei monili presenti, una piccolissima parte di quanto è nascosto nel sottosuolo della Cina , un immenso campo archeologico ancora tutto da scoprire, possiamo accostarci a un mondo sconosciuto ma affascinante come quello degli Stati Combattenti  che sarebbe però più opportuno chiamare delle 100 Scuole Filosofiche . E’ infatti in questo periodo che si scrivono i testi fondamentali della cultura cinese che guiderà il suo modo di sopravvivere alla violenza degli invasori: Unni, Manciù, Europei, Giapponesi, Russi che per secoli cercarono di conquistare le sue ricchezze difese quasi solamente dalla cultura e da pochi eserciti improvvisati. Lo storico Charles P. Fitzgerald nel suo famoso testo –China. A Short Cultural History–   si chiede che cosa sarebbe successo alla storia mondiale se i Cinesi avessero incontrato i Romani; me lo chiedo spesso anch’io, forse si sarebbero stimati a vicenda e avrebbero dato origine a una civiltà grandiosa per tutti ma questo è un discorso assurdo che è meglio terminare immediatamente

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Nel Museo di Arte Orientale

P1050355                                   Il visitatore  entra nel Museo di Arte Orientale di Ca’ Pesaro accompagnato lungo le scalinate da un’incredibile raccolta di lance, alabarde e armi giapponesi. Un modo intelligente per farci subito cogliere le caratteristiche di uno dei Paesi più affascinanti del mondo di cui però molti di noi poco conoscono.P1050374                                Il museo di Venezia possiede una delle maggiori collezioni europee di arte giapponese del periodo Edo (1603-1868) distribuite in 7 stanze alle quali si aggiungono i reperti di arte indonesiana, araba e cinese. La raccolta si deve al principe Enrico di Borbone  che dal 1887 al 1889 visitò l’Asia sud orientale, la Cina e il Giappone acquistando oltre 30.000 pezzi. Nel 1906 la raccolta passò nelle mani dell’antiquario viennese Trau che ne iniziò la vendita. Ritornò al governo italiano  come conto riparazione danni di guerra e ora, sia pure disposta in spazi relativamente ridotti, noi possiamo ammirarne la bellezza e cercare di comprendere attraverso questi oggetti un modo di vedere e cogliere la realtà diverso dal nostro.

Gli oggetti presenti nelle stanze dedicate alla Cina creano un contrasto evidente con i reperti  giapponesi facendoci subito cogliere le differenze fondamentali che sono sempre esistite fra i due Paesi. Anche se la cultura e l’arte giapponese derivano da quella cinese da cui i Giapponesi hanno appreso praticamente tutte le basi del loro sapere, fra il modo di vedere la realtà dei due popoli è sempre esistita una differenza abissale. E pure il confucianesimo che è la guida, probabilmente ancora oggi, delle azioni e del modo di essere dei Cinesi, viene assimilato e rielaborato dal Giappone solo come un rito che governa esteriormente la vita dei cittadini. Davanti a questi reperti, anche chi poco conosce dell’Oriente, capisce che si trova di fronte a due mondi diversi. La cultura, anzi la conoscenza della filosofia, dell’arte, della letteratura, è sempre stato il criterio con cui, durante i secoli passati sono stati scelti gli alti funzionari cinesi che venivano assunti tramite un esame accessibile a tutti. E la filosofia in Cina ha sempre avuto un ruolo fondamentale come la religione in Europa. Inoltre l’imperatore doveva agire secondo il codice morale scritto da Confucio, basato sulla ragione e sulla moderazione. Il dovere dei governanti consisteva nell’agire in vista del bene del popolo il quale aveva l’obbligo morale di ribellarsi agli imperatori incapaci di governare.                                                                                                                                                 Nulla di tutto questo in Giappone dove le cariche ufficiali si tramandavano per nascita e l’attività considerata più elevata non era la cultura, come per i Cinesi, ma il praticare l’arte della guerra. In tutta la sua storia, almeno fino al 1945, il Giappone è sempre stato una società guerriera. La nazione del Paese degli Dei è stata per secoli un feudalesimo militare dove gli Shogun (comandanti militari) avevano praticamente in mano il potere mentre l’imperatore, discendente direttamente dagli dei, rappresentava solo simbolicamente il Paese. La sola attività rispettabile per i Giapponesi era quella guerriera anche perché chi la praticava apparteneva alle classi sociali più elevate. Il militare considerava il lavoro degradante e viveva sfruttando in modo implacabile i numerosi contadini che inutilmente cercavano di ribellarsi. I riti, contenuti nel codice Bushido, sopravvivono fino alla fine della seconda guerra mondiale e prescrivono ai guerrieri non solo la condotta in tempo di guerra ma pure come devono arredare la casa, vestirsi, comportarsi in pubblico e in privato. La morte è da scegliersi piuttosto della resa; il suicidio è preferibile al disonore. E i kamikaze, invenzione prettamente giapponese, si immola volontariamente per la sua patria felice dell’onore che ne deriverà alla sua memoria e al suo gruppo sociale. Come per tutti noi, anche per i Giapponesi, la storia e la cultura generano e plasmano il  comportamento creando individui che reagiscono in modo diverso nel gruppo e nelle relazioni sociali. In una società che è stata feudale per secoli come il Giappone  o la Germania, ognuno deve avere il proprio ruolo, deve mostrarsi perfetto, nascondendo e superando i propri difetti. Un comportamento autonomo è simbolo di instabilità emotiva e di incapacità di adeguarsi agli altri. Quando il Giappone, che si può storicamente considerare un Paese basato su una struttura feudale, si apre alle civiltà europee, sarà in Germania che invierà i suoi militari per apprendere l’uso delle moderne armi da guerra e i suoi filosofi per rielaborare modernizzare il suo pensiero filosofico. Ogni società apprezza le società che più le sono simili. Un’altra delle caratteristiche che rende affini i due Stati è l’importanza attribuita ai sentimenti, infatti il Romanticismo tedesco trova ampio riscontro nella poesia e nella letteratura giapponese. Sarebbe interessante analizzare il parallelismo che esiste fra l’importanza attribuita al sentimentalismo e la struttura guerriera di alcune società, ma non mi sembra questo il luogo più adatto.P1050403                              Ritorniamo nella I sala del museo dove sono ospitate le spade giapponesi finemente decorate e racchiuse in foderi laccati.P1050402                                                                                La spada per i Giapponesi è sempre stata un oggetto sacro, simbolo del potere imperiale. Numerose sono le alabarde e le lance che, semplici o decorate, venivano offerte in dono ai templi buddisti.P1050409                                        Le decorazioni sono spesso stemmi di famiglia che raffigurano la libellula, sintomo di forza e di resistenza e il crisantemo, simbolo del sole e del Giappone e dell’imperatore, se ha 16 petali.P1050368                               E ecco 3 guerrieri ricoperti di armature in metallo, lacci e sete appartenenti al periodo della dinastia Tokugawa (1603-1868) che estese il suo potere su tutto il Giappone e trasferì la capitale a Edo (l’attuale Tokio) garantendo un periodo di pace e isolandosi completamente dal resto del mondo. Il guerriero a sinistra possiede un’armatura di tipo Mogami che risale al XVIII secolo, quello al centro un’armatura con corazza a due piastre del periodo Edo. Anche il terzo a destra risale al XVIII secolo e possiede lacci in stile Kebiki. Quello che salta agli occhi paragonando queste armature alle nostre medioevali è la libertà di movimento che queste consentono. Sono progettate perché il guerriero possa muoversi in modo agile e veloce e affinché si metta in mostra la sua  abilità che non ha bisogno di protezione che nasconde la paura che il guerriero non deve conoscere. Sono armature che offrono soprattutto una difesa contro le frecce e contro i fendenti della spada ma che lasciano ampio spazio all’agilità dei movimenti.P1050385P1050384P1050386                                 Tre bambole in carta, tessuto e lacca del 1868-1912 ci introducono nel mondo dei bambini giapponesi e ci lasciano intravedere il tipo di educazione che veniva loro impartita già nella prima infanzia.P1050395                             Sono molto belli i cappelli da parata di cui solo uno mi è riuscito in fotografia al di qua  del vetro

.P1050399                              Ci sono notevoli porta spade da passeggio le quali recano incise o dipinte a traforo ideogrammi e stemmi araldici .P1050417                                Due dei 12 guardiani del Buddha Yakusi Nyorai del periodo  Kamakura (1185-1333) in legno intagliato, dipinto e dorato, ci sorvegliano minacciosi e, soprattutto, ci ricordano l’evoluzione storica e culturale dal Buddismo in Giappone, diventato la filosofia Zen, seguita e apprezzata soprattutto dai militari per la semplicità delle sue espressioni  culturali.

.P1050503                                  Numerose sono le suppellettili e gli arredi per la casa presenti nel museo che ci mostrano la vita elegante e raffinata degli antichi figli degli dei. I committenti dei 565 oggetti presenti nella sala erano ricchi commercianti, signori feudali che ostentavano una ricchezza pari a quella degli Shogun, anche se la legge cercava di interdire loro ogni manifestazione di ricchezza. Una parte importante è dedicata alla lacca dorata, una tecnica raffinata spiegata in modo esauriente in un filmato  proiettato nel museo .P1050508                              Sono eleganti e raffinate le porcellane del XIX secolo provenienti da Kyoto, l’antica capitale del  Giappone, riconducibili alla scuola di Zengaro Hozen che si ispira alle decorazioni e alle ceramiche cinesi.P1050569                                Ma eccoci davanti al reperto più affascinante del museo; la portantina del periodo Edo

.P1050579                          E’ completamente laccata in oro e nero, con un motivo decorato a svastica sul quale si staglia il fiore della paulonia.   P1050576                                      E’ una portantina per dama dalle forme minute e  aggraziate con porte scorrevoli. La dama non voleva essere vista e a questo proposito non posso non ricordare il primo romanzo della storia di tutti i tempi –Genji monogatari– scritto nell’XI secolo dalla dama di corte Murakasi Shikibu che ci mostra una visione della vita delle donne giapponesi delle classi elevate che non cambierà molto fino all’ultimo secolo.

Non mancano le pitture nel museo ma mi limiterò al particolare del samurai armato di fucile di Rinsai (1791-1865)P1050591

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Antropologia architettonica

B2016G 198                            Una metafora chiara e puntuale della nostra esistenza, simbolo di un universo vivo ma inerte; una serie di burattini in legno mima la costruzione e la decostruzione del nostro modo di vivere. La meccanica domina sulla vita organica e il movimento ripetitivo riflette l’impossibilità del cambiamento e l’eterno ritorno delle nostre azioni.                                                    La suggestiva e filosofica esposizione della Romania ai Giardini di Venezia del 2016 sottolinea e spiega chiaramente  come spesso noi attribuiamo una vita agli oggetti e li trattiamo come esseri viventi. B2016G 193                                        L’animismo, che ha profonde radici nella nostra cultura e che spesso guida le nostre azioni e modo di vedere il mondo, attribuisce un’anima alle cose e le considera viventi. La chiave del teatro delle marionette è nella mente dello spettatore e è presente sia nelle manifestazioni religiose che in quelle educative o culturali. Il burattinaio anima i burattini i quali animano gli spettatori che comunicano con il burattinaio.B2016G 194               Le marionette sono oggetti simili a una leva che  estende la forza delle nostre braccia quindi ci dona la capacità di prenderci in giro e di comunicare in modo teatrale con un potere che non possiamo controllare.B2016G 196                                    Il comico si produce tutte le volte che una creatura vivente perde la sua esistenza e diventa un oggetto meccanico. Questi oggetti in legno sono la materializzazione del comico e il suo contrario: hanno vita e la perdono in ogni momento per mano del visitatore che muove le leve.B2016G 199                              Sono uno specchio culturale in cui si riflette la nostra esistenza e la nostra percezione della realtà e della vita, anche quella degli architetti che si vendono ai politici per poter lavorare.

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E’ dominato dalla nostalgia il padiglione russo della Biennale di Venezia del 2016.B2016G 296             Nella parte inferiore dell’edificio l’esposizione intitolata -La cripta- presenta le copie in formato ridotto di alcune statue che adornano gli spazi pubblici e i padiglioni del VDNH.

.B2016G 311                         I curatori si lamentano perché nel 1955 la centrale del partito comunista ha ordinato di eliminare il superfluo nel disegno delle costruzioni  distruggendo così una lunga tradizione artigianale e impoverendo gli edifici rendendoli squallidi e miseri.B2016G 304                                    La presente esposizione, scrivono, è un contributo a una cultura che non c’è più e che sembra finita con il VDNH ovvero l’-Esposizione delle conquiste dell’economia nazionale- un enorme complesso architettonico creato nel 1939; uno dei più grandi monumenti dell’architettura sovietica.B2016G 306                              Il VDNH si estende su una superficie di 520 ettari in cui si trovano un enorme parco e i padiglioni nazionali russi costruiti sul modello dei Giardini di Venezia.B2016G 300                                       Su tutti domina un’enorme statua -L’operaio e la Kolchoziana- considerata la più importante statua del XX secolo.

Si chiama INCIDENTAL SPACE l’esposizione ai Giardini nel padiglione svizzero in cui non c’è traccia di nostalgia del passato.B2016G 317                                 I  due padiglioni, russo e svizzero, sono praticamente adiacenti ma riflettono una mentalità distante anni luce. Ed è questo che io trovo tanto interessante nelle Biennali; il confronto immediato con modi di pensare e di vedere la realtà completamente diversi.B2016G 319                                   L’Incidental Space firmata da Christian Kerez e Sandra Oehy è una grande scultura organica nel quale i visitatori , dopo essersi tolte le scarpe (e questa mi sembra una costante di quasi tutte le esposizioni svizzere) possono sperimentare lo spazio e la natura stessa dell’architettura attraverso una varietà di esperienze sensoriali,B2016G 320                                   esplorando i limiti di quello che oggi è possibile fare, osservando la materia nelle sue componenti essenziali e nel suo rapporto con noi che cerchiamo di modificarla per i nostri bisogni e interessi.

B2016G 294                              La parola EN affonda le sue radici nel buddismo e dà il titolo all’esposizione del Giappone alla biennale di quest’anno. En significa considerare prezioso ogni incontro  apparentemente casuale , rispecchia la nostra volontà di vivere con gli altri accettando gli incontri e gli avvenimenti che capitano nella nostra esistenza.B2016G 291                                         En significa pure contorno e margine: il luogo in cui la quotidianità si apre al mondo; dove si mettono in relazione territori differenti e si permette che si contaminino a vicenda.

.B2016G 278                                        L’architettura dell’En all’esposizione dei Giardini si suddivide in En delle persone rappresentata dagli appartamenti e dalle singole case in cui si svolge talvolta la vita serena di una singola famiglia, isolata però dal resto della società.B2016G 286                              L’En delle cose permette agli architetti di esplorare il rapporto del corpo con l’inorganico e di scoprirne l’intensa relazione. La ristrutturazione di un edificio a due piani di cemento armato ha permesso di coprire la parete a sud con una vetrata che parte dal basso e giunge fino al tetto. La finestra segna il confine tra interno e giardino; separa e nello stesso tempo mette in relazione i due ambienti. In alto si possono aprire le finestre in modo che funzionino da parapetto. La finestra apre verso l’esterno lo spazio interno creando una sensazione di libertà in chi vi abita.B2016G 292                                   Gli esempi di ristrutturazione di vecchi edifici in legno mostrano la chiara intenzione di collegare i luoghi abitativi con l’esterno per interagire con il mondo che si trova al di  fuori delle pareti domestiche.B2016G 277                             L’En del territorio nasce dalla constatazione che la provincia giapponese è in declino e che le città periferiche perdono un po’ alla volta i loro abitanti. Con l’arte e creando centri artistici si può cercare di attirare persone che generano nuove opportunità di lavoro , nuove comunicazioni , incontri e nuove idee. Gli edifici che si basano sull’En del territorio sono semplici e discreti; si confondono nel paesaggio fatto di fiumi e di alberi oppure nel contesto urbano dove si sviluppa una rete di relazioni anche dagli spazi appositamente disegnati dagli architetti,

 

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