L’abito fa il monaco

tiarno 052

“….sono gli abiti a portare noi e non noi a portare loro; possono essere modellati su un braccio o su un seno, ma essi plasmano i nostri cuori, i nostri pensieri, il nostro linguaggio a loro piacimento.” V. Woolf.

Infatti, l’uomo, animale sociale, comunica il suo modo di pensare e di essere non solo con il linguaggio, ma prevalentemente con l’aspetto fisico. Il volume ed il tono della voce, alcune gestualità come il camminare ed il salutare con la mano, l’espressione del viso, e sopratutto il modo di vestire, svelano la realtà del nostro essere molto più delle parole e forniscono informazioni su di noi che spesso non vorremmo comunicare.                                                      Anche se non parliamo, i segni che il nostro corpo inconsapevolmente trasmette, giungono ai nostri simili i quali reagiscono basandosi su quegli stessi stimoli e valutandoci secondo le loro esperienze ed aspettative. Se il comportamento vivace di un bambino è socialmente accettato in quasi tutte le culture, lo stesso modo di comportarsi in un adulto genera sicuramente il rifiuto da parte degli altri. Il politico che gesticola e non sa controllare le sue manifestazioni emotive, crea nei suoi potenziali elettori il sospetto che sia incapace di governare. Ma l’esempio più chiaro è dato dal rapporto che si instaura tra uomo e donna a causa dell’abbigliamento di quest’ultima .L’uomo, dopo aver analizzato le parti anatomiche della donna, in modo discreto se ben educato, passa ad esaminare i vestiti per capire se le sue ‘avances’ potranno avere successo. Un vestito sobrio di colore scuro, i pantaloni, le camicie accollate, denotano serietà e chiusura al mondo esterno; una corazza contro cui lo sguardo si rifrange ed allontana. Minigonne, scollature, trucchi ed abiti vistosi, diventano richiami sessuali irresistibili per il primitivo assatanato maschio latino, tanto da mettere a rischio in alcune zone, l’incolumità fisica della poveretta che si azzardasse ad indossarle.

Spero di non aver insinuato il sospetto che lo scopo di questo compitino sia quello di spingere le persone ad indossare abiti seri e noiosi. Credo che una società veramente civile non dovrebbe porre nessun tipo di restrizione in fatto di abbigliamento ed a chi si scandalizza per un nudo consiglio per prima cosa di chiedersi il motivo di questa sua reazione e poi di consultare al più presto un bravo psicologo. La mia intenzione è solamente quella di far notare che il nostro modo di vestire è il nostro biglietto da visita. Ci presenta agli altri e quindi seleziona per noi le persone con le quali verremo in contatto. E’ lui che dice a chi non ci conosce se siamo affidabili, corretti, socievoli, rispettosi delle regole sociali, scritte e non, del vivere civile. Chi ci incontra per la prima volta ci giudica dal nostro apparire e quindi decide di conseguenza se iniziare un rapporto con noi o meno. Pochi metri di stoffa, insomma, creeranno le nostre conoscenze  quindi il nostro futuro. Ricordo a questo proposito di aver letto con molto divertimento che Coco Chanel consigliava alle sue ragazze di giudicare gli uomini che non conoscevano, dal tipo di calzini che indossavano. Se erano corti non era raccomandabile frequentarli!                                                                                      Il compito del vestito è quindi anche quello di farci accettare dagli altri. Quando questo bisogno diventa un’ossessione, come negli adolescenti, si crea una perfetta omologazione tra l’abbigliamento dell’individuo e del gruppo. Tutti i dettagli devono corrispondere , dalla pettinatura, alla marca dei jeans, dalle scarpe agli anelli al naso, in modo tale che non si riesce più a riconoscere un individuo da un altro. Il vestito ci inserisce in un gruppo che ci fa sentire accettati e protetti contro le ingerenze degli adulti. Una condizione psicologica  non molto diversa da chi indossa una divisa scolastica, militare, lavorativa o carceraria. Il vestito ci fa appartenere ad un gruppo per il quale si agisce e dal quale si viene in qualche modo protetti. L’individuo perde parte della sua personalità perché il suo abito rappresenta la funzione del gruppo nella comunità, non dell’individuo. La divisa plasma inesorabilmente chi la indossa obbligandolo, con la sua costruzione, a certi movimenti ed impedendogliene altri; ma è sopratutto importante perché segnala agli altri in nostro ruolo nella società, attraverso i colori, i distintivi, le scritte. Permette di far capire agli altri che tipo di lavoro svolgiamo anche dopo l’attività lavorativa perché il nostro modo di muoverci e di porci è stato plasmato dalla struttura dei vestiti che indossiamo per la maggior parte del tempo.

Il contadino con gli scarponi e la camicia di felpa, il muratore con la tuta, possono sedersi su un muro pieno di terriccio e godere di una libertà di movimento che un impiegato vestito con giacca e cravatta non può avere. Il vestito di quest’ultimo non permette una grande familiarità con l’ambiente della strada. é causa ed effetto del livello di disciplina di chi lo indossa. Ed è forse per questo che chi svolge un lavoro che richiede un vestito formale, limitante nei movimenti, durante i giorni di festa si libera della divisa e veste in modo sportivo per recuperare, almeno in parte, la perduta libertà dell’infanzia.

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2 risposte a L’abito fa il monaco

  1. Eleonora del Prato ha detto:

    Purtroppo hai ragione. Diversi anni fa il mio amico teutone doveva partecipare a un ricevimento formale, quindi blazer blu e cravatta in tinta a minutissimi pois bianchi. Ho protestato, non lo volevo in divisa e quindi mi ha accontentato. Al ritorno gli ho chiesto un dettagliato resoconto sulle cravatte: erano tutte blu con minutissimi pois bianchi e ho capito che si era sentito a disagio con la sua cravatta rosso bordeaux. Sì, era un chiaro messaggio che me lo avrebbe fatto scegliere fra tutti, ma lo avevo già scelto.
    Ermione

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