Supplica alle Ferrovie dello Stato

Amo il treno, mi piace l’idea di sedermi comodamente vicino ad un finestrino con un bel libro e dimenticare per due, tre ore, tutto il mondo circostante. A differenza dell’automobile, sul treno ci si può riposare, alzare, scambiare qualche frase con un vicino simpatico e si giunge a destinazione in perfetta forma. Ho scritto amo al presente, ma  avrei dovuto scrivere amavo, perché gli ultimi viaggi, sopratutto l’ultimo prima di Natale, sono stati un autentico incubo. In circa due ore ho ascoltato, cercando disperatamente di non farlo, un centinaio di telefonate. Era un continuo suonare, comporre numeri, un ininterrotto :”ciao sono sul treno”, “sto arrivando”, “qui tutto bene e tu come stai?”, “Ci vediamo fra dieci minuti”. Davanti a me un poveretto fissava da più di due minuti il suo telefonino nuovo disperatamente silenzioso. Si vedeva che soffriva terribilmente della situazione e che, ahimè, vi avrebbe posto subito rimedio. Infatti incominciò a chiamare tutti i conoscenti ed amici della rubrica chiedendo loro di richiamarlo al più presto che affari urgentissimi lo richiedevano. In pochi minuti ho scoperto che la moglie non lo richiamava perché stava andando a fare la spesa, che l’amante lo avrebbe richiamato alla sera, che la segretaria si era addormentata e che l’amica della segretaria aveva l’influenza. Gli amici erano decisamente latitanti e gli rispondevano tutti di richiamare più tardi. Naturalmente la lettura del mio libretto era diventata impossibile. Lo chiusi e lo rimpiazzai con il giornale. Pensavo che lo stenderlo bene davanti alla mia faccia avrebbe creato una qualche barriera. No, errore, il giornale era in inglese e questo ha dato al tipo l’occasione di altre due o tre telefonate: “Ciao puoi trovarmi il video con la conferenza che ho fatto 5 anni fa in inglese?”,

“Ma come, non trovi il video? Riprova, ti chiamo più tardi.”. Ripiego anche il giornale e frugo nella borsa. Trovo l’iPod con la mia musica preferita, sopratutto l’Elias di Mendelsshon, che a tutto volume avrebbe dovuto cancellare ogni rumore molesto. Fu così infatti per parecchi minuti, fino a quando non si arriva all’aria del soprano “Hoere Israel”, sommessa e bellissima, sulla quale stavo però per sentir cadere una secchiata di melma: “Hoere des Herrn Stimme!MA CHE HAI MAGNATO A COLASIONE? Mi alzai di scatto ed andai a chiudermi in bagno. Gli istinti omicidi sono sì repressi dentro di noi, ma nel caso presente non sapevo fino a quanto. Trascorsi il resto del viaggio sul predellino davanti alla toilette in relativa tranquillità.

Ora qualcuno può pensare che io sia un fossile tecnologico: ebbene, no. Ho comperato uno dei primi computer apparsi sul mercato, grosso pesante e costosissimo ed uno dei primi telefonini in commercio è stato mio. Non mi sfugge nessun prodotto tecnologico nuovo per cui provo un’ammirazione incondizionata. Riesco a vedere nei nuovi apparecchi lo sviluppo incredibile della ricerca umana e della sua intelligenza. Ma una regola tengo ben chiara come limite alla mia ammirazione: che l’oggetto deve essere al mio servizio non io al suo. Ed in realtà i miei telefonini si comportano benissimo: hanno tutti una segreteria che registra le telefonate e che io controllo quando ho voglia di richiamare. Quello che mi preoccupa non sono certo gli apparecchi ma una nuova sorta di mutanti a forma di bipedi che portano incollato all’orecchio il quadratino di plastica e non se ne staccano mai. Ho provato a contare quanti automobilisti non telefonavano, facendo un breve viaggio di 30 km: ebbene, nessuno. Tutti guidavano con una mano sola e con l’altra tenevano incollato il rettangolino alla testa. Tutti dovevano dire qualche cosa di importantissimo che non poteva aspettare. E’ ovvio che il telefonare non è più il semplice vecchio gesto del comunicare, è diventato qualche cosa di più. Il rafforzamento di un ego altrimenti traballante e insicuro. La stampella al vuoto mentale che la scuola dell’obbligo ed i programmi televisivi non sono riusciti a colmare. Telefonando dico ai presenti che io non sono lì con loro, in quel posto schifoso, ma che qualcuno mi desidera da un’altra parte, che ho tante possibilità e mondi diversi. La telefonata del figlio che vuole la paghetta mi proietta in un mondo parallelo ricco di prospettive interessanti, dove anch’io, essere insignificante, conto qualcosa. Ma basta con la psicologia, veniamo allo scopo di questa geremiade:

una supplica alle FS perché istituiscano una carrozza su ogni treno, dove sia proibito telefonare.

Per favore, FS, non vi costa nulla! Basta una carrozza per treno! Basta un pezzetto di carta incollato alla porta con su scritto: Proibito telefonare! Non aspettate che ci scappi il morto!

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5 risposte a Supplica alle Ferrovie dello Stato

  1. bastet1952 ha detto:

    Credo che hai intravisto una profonda verità per quanto riguarda l’uso del telefonino. E’ incredibile che oggi giorno non puoi neanche parlare con qualcuno che dopo pochi minuti arriva la canzoncina/sqillo del telefonino ad interrompere la conversazione. In una società come la nostra italiana, dove si firma costantamente foglietti per la privacy, le persone spiattelano ogni cosa che li passa per la testa nei bar, supermercati, treni o per la strada sena pudore, come dire: vedi ho una vita, sono importante. Sarà forse una voglia di sfuggire da un’intima solitudine, o peggio, la paura di rimanere da soli conse stessi? Chissà…

  2. Eleonora Del Prato ha detto:

    Quanto sto per scrivere è molto pesante, quindi consiglio le persone sensibili di interrompere qui la lettura. Ma chi sente il bisogno di scrivere per avere commenti, per caso non ha paura di rimanere solo con se stesso? Non sta cercando il contatto con altre persone? Da ex coccinella cerco di compiere ogni giorno la mia buona azione quotidiana: oggi è toccato a questo blog.
    Ermione

    • elenaedorlando ha detto:

      La tua buona azione quotidiana mi commuove, ma forse faresti meglio ad assistere vecchietti malati ed incartapecoriti che nessuno vuole più vedere. Quanto al bisogno di scrivere, riconosco, è un brutto vizio, ma non obbligo nessuno a leggermi e con il blog non distruggo nemmeno un albero. Per quanto riguarda i commenti sono benvenuti tutti quelli che contribuiscono ad un dialogo costruttivo, ossia quelli che insegnano a me ad a chi mi legge qualche cosa di nuovo: gli altri li accetto come una semplice manifestazione di problemi psicologici non risolti. Io amo la solitudine e l’ho scelta, da sempre come sistema di vita, i commenti sono un contatto virtuale ed il non capirlo mi sembra abbastanza sconvolgente.

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