Antichi amori

Gli adolescenti spesso non sanno chi sono e cercano disperatamente di capirlo in tutti i modi talvolta in opposizione con la loro famiglia. E capita che scoperte casuali aprano loro mondi nuovi che possono sconvolgere la visione tradizionale dell’ambiente in cui vivono. E’ quello che è successo a me intorno ai 15 anni, quando ho scoperto Piero della Francesca ed altri pittori toscani. La loro visione della realtà era quanto di più distante esistesse dal mio modo primitivo di vivere, a contatto con un ambiente naturale ancora relativamente incontaminato. Era il mondo umano rappresentato con la matematica e la scienza ed era l’esclusione dalla vista di qualsiasi essere vivente che non fosse l’uomo, rappresentato in modo che non ci fossero dubbi sulla sua importanza nell’universo, di cui era chiaramente il dominatore. Piero della Francesca divenne subito il mio idolo. Volti, vestiti, personaggi erano iscritti in regole matematiche ben precise ed in una prospettiva assolutamente perfetta. Forse di queste regole ben precise avevo bisogno per fare ordine nel caos esistenziale in cui mi trovavo. All’insaputa dei miei genitori un’estate raggiunsi Arezzo in autostop per vedere gli affreschi de -La leggenda della Croce- nella chiesa di San Francesco, il museo di Borgo San Sepolcro e la -Madonna del parto- di Monterchi dove ebbi qualche problema con il custode ubriaco, perché gli dissi che doveva togliere le mani dall’affresco, allora in stato di quasi totale abbandono (oggi è ben custodito). Subito dopo venne l’amore per Michelangelo e le sue figure umane che occupavano con potenza ogni spazio del dipinto e cancellavano con la loro presenza ogni altra forma di vita. Poi all’improvviso, in coincidenza con il periodo universitario a Milano, tutto questo grande amore finì ed incominciai a trovare insopportabile un quadro in cui l’essere umano dominava incontrastato e non c’era spazio per l’ambiente naturale. Iniziò la mia non ancora finita passione per Leonardo, la pittura veneta, e, soprattutto, per la pittura della Donauschule. Per fortuna avevo ormai preso la patente e potei andare a vedere l’altare di Isenheim a Colmar, l’altare di St. Florian, l’Alte Pinakothek di Monaco, in macchina. Ancora oggi il quadro che amo di più è il : “San Giorgio che uccide il drago” di Monaco, in cui la figura umana si intravede appena, perché nel quadro Altdorfer rappresenta quasi solamente una foresta lussureggiante che domina incontrastata tutta la tavoletta. SconvolgenteImmagineè pure la realizzazione che Matthias Grunewald fa dell’altare di Insenheim. Su uno sfondo cupo, quasi terrificante, domina il Cristo crocifisso con un corpo completamente devastato dalla morte. Si vedono i segni delle ferite che stanno diventano nere, come i piedi e le mani rattrappite in via di decomposizione. I volti della Vergine e degli altri astanti si piegano per il dolore, mostrando con la posizione del corpo e l’espressione disperata del viso, una sofferenza infinita. Una manifestazione dei sentimenti completamente proibita nella pittura italiana dove non appaiono mai né il dolore né la gioia nella loro immediatezza. Per chi domina il mondo con la sua personalità è impensabile mostrare sentimenti di qualsiasi genere, chi invece si sente parte della natura non pone limite alla sua espressione. Della Donauschule (una denominazioneImmagineassai vaga per indicare tutta la pittura che ruota intorno all’Austria nel 1400-1500), amo pure i paesaggi dipinti con incredibili colori rossi e gialli, come negli olandesi e le facce ed i corpi quasi difformi dei soldati delle scene dell’altare di St. Florian. Il rappresentante più importante di questa Scuola è sicuramente Albrecht Duerer: con lui l’arte italiana, con il suo scientifico studio del corpo umano e della natura, entra prepotentemente nell’arte tedesca e questa, con i suoi paesaggi, invade l’arte italiana, sopratutto quella veneta. Con Durer arte e natura si identificano “poiché realmente l’arte è radicata nella natura, chi riesce ad estrarla la possiede”. Per lui lo studio e la rappresentazione del paesaggio degli animali e delle piante, diventano importanti espressioni autonome. Un’altra caratteristica della pittura tedesca, che la differenzia da quella italiana, è la rappresentazione assai imponente della morte,che si trova in quasi tutte le opere di Baldung Grien. E come non trovare affascinanteImmagine la -Battaglia di Alessandro Magno- di Monaco, in cui A. Altdorfer celebra le teorie di Copernico? L’immenso numero di soldati è sovrastato da un immenso numero di nuvole blu scuro in una prospettiva aerea che vuole rappresentare tutto il cosmo in cui il singolo uomo è parte irrilevante come la singola nube.

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