Il mondo del felice non è il mondo dell’infelice

Il 20.12.1990, su la: New York Review of Books, il grande filosofo ed economista indiano Amartya Sen pubblicò un articolo sconvolgente, ignorato dai nostri mezzi di comunicazione, di solito sempre alla ricerca di cadaveri da sbattere in prima pagina. Il titolo diceva: Sono andate perse più di 100 milioni di donne  . Documentato con precisione e serietà, il testo spiega perché il rapporto numerico uomo-donna sia così diverso nei Paesi industrializzati rispetto a quelli in via di sviluppo. Infatti, verso i trent’anni, il rapporto femmine-maschi è dell’ 1,05 nei Paesi europei e nordamericani, mentre è dello 0,94 in alcuni Stati asiatici o africani.

Il problema è gravissimo perché riguarda, secondo i calcoli estremamente precisi di Sen, circa 100 milioni di donne, che sono state soppresse a causa dei pregiudizi nei loro confronti. Sono dati raccapriccianti che dispiegano davanti ai nostri occhi che cosa voglia dire essere donna in un mondo dominato dalla prepotenza maschile alla quale lo Stato non ha intenzione di porre nessun freno.

Una delle cause principali della mortalità femminile è sicuramente la povertà che impedisce ad un Paese di assistere in modo adeguato i neonati, ma la povertà non ne è sempre la causa perché esistono Paesi poveri che non hanno deficit di donne, come l’Africa Sub Sahariana o il Kerala. Lo sviluppo economico è spesso accompagnato da un peggioramento della sopravvivenza femminile, anche se nello stesso tempo migliora l’aspettativa di  vita per entrambi i sessi. La diminuzione del numero delle donne deriva piuttosto dalla diversa distribuzione dello sviluppo sociale e delle cure mediche. Assai illuminante l’esempio della Cina, che in seguito alle riforme economiche del 1979, ha visto declinare costantemente il numero delle donne proprio in corrispondenza di una grande crescita economica. Un rapido sviluppo economico va di pari passo con l’aumento della mortalità femminile. Nell’ambito familiare chi svolge il lavoro retribuito ha la precedenza sul cibo, sulle cure mediche, sul diritto al riposo, rispetto a chi lavora gratuitamente in casa. Il maschio, che nei Paesi sopra citati è l’unico produttore di reddito, è nutrito molto meglio della femmina e lei si priva del cibo spesso senza rendersi conto dell’ingiustizia che si commette nei suoi confronti. Gli infanticidi femminili non hanno sempre un risvolto violento, come si potrebbe pensare, ma consistono soprattutto nel fatto che la neonata non viene curata e nutrita in modo sufficiente.

La mortalità infantile diminuisce notevolmente in quei Paesi in cui le donne possono svolgere un lavoro retribuito fuori casa e collaborare al reddito della famiglia. Il lavoro extra casalingo, a differenza del disonorevole e gratuito lavoro domestico, non solo può risolvere i conflitti di potere nell’ambito domestico, ma rende le donne meno vulnerabili, aumentando il rispetto sociale che accompagna chi ha una disponibilità finanziaria. Inoltre, se la donna lavora fuori casa, acquista una maggiore esperienza del mondo esterno e questo la rende più sicura di sé all’interno delle mura domestiche. Il lavoro fuori casa delle donne può inoltre riuscire a cambiare la mentalità di coloro che vedono la donna come un peso economico per la famiglia, che giustifica la sua eliminazione. Se i genitori pensano che anche la femmina può guadagnare del denaro e quindi essere un aiuto nella vecchiaia, non sopprimeranno certo la neonata. Nei Paesi poveri c’è una forte correlazione tra il numero delle donne che lavorano e quelle che sopravvivono, indipendentemente dalla ricchezza del Paese. Il Punjab, il più ricco Stato indiano, ha il più basso numero di donne al mondo: lo 0,84, in rapporto agli uomini ed il più basso numero di donne con un lavoro retribuito. Nel Kerala, uno Stato povero, il rapporto donna-uomo è dell’ 1,03 come in Europa. In questo Paese però, le donne lavorano molto di più fuori casa, hanno una maggiore cultura e l’eredità avviene per via materna.

Amartya Sen analizza pure le conseguenze della politica cinese del figlio unico sulla sopravvivenza delle bambine, ma quello che voglio ricordare con questo sommario scritto, è, come la situazione femminile sia diversamente ingiusta in quasi tutti i Paesi del mondo. In alcuni l’ingiustizia è tale che provoca la morte delle vittime, in altri uccide solamente le capacità e la dignità di un individuo.Immagine

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2 risposte a Il mondo del felice non è il mondo dell’infelice

  1. Bastet ha detto:

    Scusami, oggi ho una mente perversa (e cinica?)…nei paese con un enorme populazione come India e Cina, dove in un paese è incoraggiata il controllo delle nascite e nel altro è obbligatorio (ma povera la mia Africa)…forse non tutto il male nuoce…ma per consolarci, c’è questo articolo…i commenti sono interesanti in certi punti…http://www.metaforum.it/archivio/2008/showthread9aec.html?t=7495
    Ho capito naturalmente in effetti il senso del tuo articolo e sono d’accordo che è orribile che ancora una volta sono le donne chi pagono lo scotto di un mondo che da sempre valore solo ai maschi…non si rendono conto che il mondo sarà sempre più povera man mano che diventa più maschio. Ma forse diminuerà la populazione che è oltre 7 (quasi 8) miliardi di persone…troppi davvero.

  2. elenaedorlando ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo con te, 7 miliardi di esseri umani sono veramente troppi ed i prossimi nove lo saranno ancora di più. Trovo molto positiva la politica del figlio unico in Cina, ha permesso alla popolazione di non morire di fame come in India. Quello che non accetto è che i genitori per avere un maschio uccidano le femmine. Un mondo con una prevalenza di maschi è un mondo pieno di testosterone e quindi aggressivo e pericoloso., per non parlare dell’ingiustizia eretta a sistema nella mentalità di queste regioni ed anche nelle nostre per altri aspetti. Ho letto l’articolo che mi hai gentilmente segnalato, credo che voglia riferirsi alle nuove scoperte dell’epigenetica. Esistono nell’ambiente delle sostanze, come ad esempio il bisfenolo (contenuto nella plastica, nei prodotti farmaceutici, in pratica dappertutto) che sono distruttori endocrini. L’esposizione delle madri al bisfenolo modifica il comportamento dei figli in età adulta a causa delle alterazioni che causa nell’ipotalamo. La correlazione però è stata provata solo nei topi, non esistono ancora prove per quanto riguarda gli esseri umani e l’articolo di cui sopra mi sembra alquanto superficiale ed allarmistico. E poi, che male ci sarebbe se restassero solo donne sulla faccia della terra?

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