Sailing to Byzantium

 That is no country for old men.The young
 In one another’s arm, birds in thre trees
  -Those dying generations- at their song.
The salmon-falls, the mackerel-crowded seas,                                                                             Fish, flesh, or fowl, commend all summer long                                                                   Whaetever is begotten, born and dies.                                                                                      Caught in that sensual music all neglect                                                                                Monuments of unaging intellect.

An aged man is but a paltry thing                                                                                                     A tattered coat upon a stick, unless                                                                                               Soul clap its hands and sing, and louder sing                                                                                       For every tatter in its mortal dress,                                                                                               Nor is there singing school but studyng                                                                                  Monuments of its own magnificence:                                                                                             And therefore I have sailed the seas and come                                                                              To the holy city of Byzantium.

Solo un grande poeta come W. Butler Yeats poteva descrivere così bene l’ineluttabile tragedia umana della vecchiaia. Nelle due stanze sopra riportate, una metà dell’intera poesia, il corpo dell’anziano è visto come un vecchio vestito stracciato appeso ad un palo. In un mondo in cui pullula la giovane vita di tutte le specie, al vecchio saggio non resta che veleggiare verso i mosaici bizantini di Ravenna ed entrare a farne parte perché la sua memoria ed il suo sapere durino in eterno.

I giovani guardano con compassione agli anziani che si muovono con difficoltà e pensano che l’aspetto decrepito sia colpa dello stile di vita, della mancanza di cure, della pigrizia. Chi ha un corpo giovane e sano si sente sicuro di sé e gli riesce difficile pensare che un giorno anche le sue articolazioni saranno rigide e la pelle grinzosa; che non riuscirà a sentire più nulla, la vista sarà ridotta a macchie confuse e non potrà più controllare le sue funzioni corporali. Quando le nostre fibre muscolari sono ridotte al minimo e la funzionalità cardiocircolatoria è limitata, si riduce pure la velocità degli impulsi che giungono e partono dal nostro cervello e quindi si limita notevolmente anche la nostra capacità di interagire con il mondo che ci circonda.

Per capire che cosa sia la vecchiaia bisogna essere vecchi. Tutti sappiamo che dobbiamo invecchiare ma rimuoviamo con orrore l’idea dalla nostra mente. E facciamo di tutto per allontanare negli anni il momento della resa del nostro corpo alla vita attiva. Nella società attuale poi, il processo fisico dell’invecchiamento è quasi sempre accompagnato dall’isolamento. Intorno a chi invecchia si crea il deserto. Gli amici ed i parenti più cari sono morti e per i giovani il vecchio diventa un insopportabile individuo che ripete sempre le stesse cose, insignificanti ed inutili, per chi ascolta. L’anziano solo ed isolato che nessuno frequenta più, affolla le sale d’aspetto del medico di famiglia per poter parlare con altre persone e sentirsi interessante mentre racconta della sua malattia. Si rende conto che ormai è importante solo per le case farmaceutiche che gli propinano ogni tipo di pillola attraverso le continue prescrizioni che richiede al servizio sanitario. Quando le pillole non bastano, per recuperare un po’ di attenzione, richiede di essere sottoposto ad operazioni chirurgiche inutili per sentirsi al centro dell’attenzione almeno per qualche giorno.

La perdita di forza, indipendenza e potere, porta spesso gli anziani a regredire allo stato infantile. La dipendenza fisica diventa dipendenza psicologica. Il vecchio che deve essere nutrito, lavato e seguito come un neonato, si comporta come questi, imponendo con protervia le sue richieste alle persone che lo accudiscono. In tutti gli ospedali o case di riposo esistono vecchi capricciosi che importunano il personale con richieste assurde, e lo stesso succede nelle famiglie che hanno deciso di accudire personalmente  il vecchio nonno o genitore. Un impegno titanico che quasi sempre ricade sulle spalle delle figlie  che al lavoro ed alla propria famiglia devono aggiungere la cura di un anziano esigente ed incapace di immedesimarsi nelle difficoltà altrui (e non sto parlando di malati di Alzheimer o Parkinson). Nell’anziano la conoscenza e la visione della realtà si riducono a pochi elementi ed allo spazio che circonda la persona. Il mondo diventa l’angolo davanti al televisore. Il riuscire a spostarsi, ad inghiottire il cibo ed a raggiungere il bagno in tempo, diventano i problemi più importanti della giornata. Il non poter disporre del proprio corpo genera insicurezza, panico e paura. Si cerca di placare il terrore con fantasie di persecuzione, immaginando chi ci sta vicino colpevole dei peggiori misfatti.

Grazie alla scienza abbiamo ampliato le nostre conoscenze e possiamo capire il processo di molte malattie ma l’invecchiamento  e la morte rimangono barriere naturali assolute  che la natura, indifferente alle nostre sensazioni ed ai nostri sentimenti, ci ha posto ineluttabilmente davanti.                                                                                                              Esiste una sola soluzione contro l’invecchiamento, ma non credoImmagine                                                      di poterla suggerire in questo contesto.

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4 risposte a Sailing to Byzantium

  1. Bastet ha detto:

    Cara, quand’ero giovanissima, non ho mai incontrato la vecchiaia di cui parli…poi andando avanti negli anni, non ho avuto “l’opportunità” di stare vicino ai miei anziani. Però, gli anziani che ho conosciuta erano vitali (incluso la mia mamma che ha 80 anni.).
    Ciò detto, guardando il degrado del mio corpo: la vista, l’irrigidimento delgli articolazioni, (la perdità del controllo dei fluidi, però no…quello non l’ho mai avuto, devo sempre avere il toilette vicino) etc. mi ha reso consciente che non sono più arzilla come una volta e alle volte la vita è dolorosa.
    Nessuna scienza in nessun tempo potrà annulare la realtà della morte. Forse, un giorno potremmo vivere ad un’età più lunga, ed arrivare a quella età con il nostro corpo in uno stato decente…ma la morte, sarà sempre là ad aspettarci. Perciò perchè esserne triste?
    Forse, l’invecchiamento ci rende più amico la morte meno spaventoso d’avante ad una vita oramai, spenta ed dolorosa…non so, sono troppa giovane per giudicare, infondo, malgrado gli acciacchi, non mi sento poi così vecchia!
    Piùttosto, non sono sempre gli altri che ci isolano, nevvero? Alle volte credendo di far cortesia ai giovani ci neghiamo e ci isoliamo.

  2. elenaedorlando ha detto:

    Ho conosciuto molti giovani vecchi e molti vecchi giovani. Credo che la vecchiaia sia una situazione molto soggettiva fino ad un certo punto però. E penso pure che l’idea della propria morte personale sia qualche cosa di non accettabile, razionalmente. Molte nostre azioni dipendono dal tentativo di annullarla almeno a livello cosciente.
    .Grazie per il tuo profondo e gentile commento.

  3. talpa ha detto:

    Apprezzo un post che si basa sulla propria esperienza personale.

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