Arte e conoscenza

All’ingresso dell’Arsenale il visitatore è accolto dal modello in 136 piani di quello che sarebbe dovuto diventare un grattacielo alto 700 metri.Immagine         Nel 1955, Marino Auriti, meccanico abruzzese trapiantato in Pensylvania, sogna di costruire un edificio che contenga tutte le conquiste dell’umanità e lo chiama Palazzo Enciclopedico. Gioni, il curatore della 55° Biennale, ne coglie l’idea come guida per tutta la sua esposizione. Il risultato è un continuo sovrapporsi di immagini che analizzano gli aspetti della vita umana in tutte le sue espressioni; dalla rappresentazione sconvolgente del nostro mondo onirico, all’analisi del nostro modo di vedere la natura, alle immagini etnografiche di popoli lontani dal mondo occidentale. Moltissime sono le foto che si inseguono sulle paretiImmagineNumerose le sculture, i quadri, le composizioni con oggetti provenienti da altri Paesi.Immagine                                                      E’ il tentativo disperato di conoscere tutto, di poter trasformare ogni forma vivente od inanimata in oggetto artistico.Immagine                                    La prima cosa a cui ho pensato quando mi sono ritrovata davanti il Palazzo Enciclopedico,è stata alla Torre di Babele. Un atto di superbia degli esseri umaniImmagine          nei confronti della divinità ed il loro desiderio folle di giungere fino al cielo. A differenza della Torre di Babele, però, il palazzo di Auriti non è mai crollato, probabilmente perché non fu mai costruito ed è rimasto una splendida utopia, come il nostro bisogno di conoscere la realtà.

Molte sono le opere veramente interessanti ed affascinanti che ho trovato percorrendo la mostra in lungo ed in largo: purtroppo il mio avido desiderio di fotografare tutto senza sosta e riflessione, ha fatto sì che mi ritrovassi con immagini veramente penose e la cosa mi dispiace particolarmente per quanto riguarda il padiglione indonesiano che mi ha mostrato un mondo misterioso e di una bellezza veramente incredibile. All’ingresso del padiglione intitolato Sakti ho trovato la seguente spiegazione:

SAKTI is the curatorial theme of the Indonesian Pavillion. This Sanskrit term is associated with the primordal cosmic energy and with the personification of divine, feminine creative power, as well as change and liberation. Of Hindu origin, the concept of Sakti was quickly integrated into local cosmology. Given Indonesian’s 700 living languages, Sakti can denote the foundational creative principle and represents the unifying spirit of the Indonesian Nation.

Quando sono entrata all’interno, in uno spazio vasto ed oscuro, ho avuto la sensazione di trovarmi in un mondo di sogno, ricco di bellezza e di fascino. E’ la prima volta che l’Indonesia espone alla Biennale di Venezia e lo ha fatto con 5 artisti che hanno saputo presentare le loro opere, pur diverse, in modo estremamente armonioso. Nella grande stanza principale, in fondo a sinistra, dominava l’opera di SRI ASTARI: -Pendobo: Dancing in the Wild Sea- con 7 danzatrici Bedoyo. Il Pendobo è lo spazio sacro del Palazzo, il luogo in cui il Sultano entra in contatto con l’invisibile Regina dei Mari del Sud: è la rappresentazione del nostro spirito, la ricerca della nostra identità.Immagine

Davanti al Pendobo ALBERT YONATHAN ha posto il suo -Silent path- o labirinto cosmico, costituito da 1200 stupa in ceramica che rappresentano il potere della meditazione. TITARUBI nel suo : -Shadow of surrender- con i grandi bianchi libri aperti, così grandi che non si possono rinchiudere, mette in evidenza che la conoscenza e la scienza sono alla base del SAKTI. I banchi di legno bruciato rappresentano contemporaneamente il ciclo della vita.ImmagineENTANG WIHARSO nel suo: -The Indonesian: No Time to Hide- costruisce un lungo cancello ricoperto di rilievi che si richiamano al tempio Borobudur , rappresentando nello stesso tempo ritratti di personaggi contemporanei.Immagine           Le statue attorno al tavolo, tutte composte con grafite e resina sono i presidenti del passato e del presente dell’Indonesia.Immagine       EKO NUGROHO, con la su zattera di bambù intitolata: -Instigating Storms- vuole mostrare la capacità del suo Paese di sopravvivere ai continui cambiamenti sociali, politici e religiosi.Immagine

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8 risposte a Arte e conoscenza

  1. musa inquietante ha detto:

    Bellissimo articolo, esaustivo e con un coinvolgente apparato fotografico!

    • elena ha detto:

      Grazie! Sei troppo gentile. In realtà ho dimenticato di scrivere che questo post è solo l’introduzione ad una serie di articoletti su quello che ho visto all’Arsenale. E l’apparato fotografico è sconvolgente, ma ti ringrazio per aver lasciato cadere la s.

  2. elena ha detto:

    Grazie Musa. Li pubblicherò appena riuscirò a scendere dalle Dolomiti e cercherò di non fare i soliti pasticci sui quali tu troppo gentilmente sorvoli.

  3. Bastet ha detto:

    Bell’inizio di un viaggio interessante…grazie per averla pubblicata!

    • elenaedorlando ha detto:

      Grazie a te per averlo letto. Il viaggio nell’arte contemporanea credo sia indispensabile per capire il nostro tempo ma non so se i miei post siano sufficienti per avere un’idea anche superficiale.

      • Bastet ha detto:

        L’arte contemporanea a variegata, credo che sarà difficile andare oltre la superficie, ma rendi bene quel che pubblica. La questione sarebbe, per me, una volta capito il nostro tempo, vale la pena di approfondirlo ulteriormente? L’anime torturate che offrono la loro visione di un mondo storpio, mi interessa. Ovviamente non tutto nel mondo del arte contemporanea è da buttar via…ma insomma ciò che spesso si chiama arte per me è solo le allucinazione di un mondo nervotico. Opinione personale e vale quel che vale…ma le tue pubblicazioni sono sempre molto interessante.

  4. elenaedorlando ha detto:

    Grazie Bastet per il tuo prezioso approfondimento. Forse hai ragione, sarebbe meglio ignorare, come dice Senofonte: “nell’ignorare la vita è dolcissima”. Purtroppo a me riesce impossibile non cercare di capire. Fa parte del mio modo di essere, finirà che dopo anni di ricerca scoprirò come Althamer che esiste solo il vuoto.

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