Dai Carracci a Morandi

bo 366                      A palazzo Fava, in cui si svolge la mostra -Da Cimabue a Morandi- gli affreschi sono opera dei Carracci una famiglia di pittori e incisori bolognesi. Del più anziano, Ludovico, il primo lavoro sicuramente databile sono appunto le -Storie di Giasone- che realizza assieme al fratello e al nipote Annibale e Agostino intorno al 1583-84. I tre Carracci avevano fondato l’Accademia degli Incamminati che si prefiggeva lo scopo di dare alla pittura un contenuto nuovo, superando il manierismo e rappresentando la realtà in tutti i suoi aspetti più immediati.bo 364                       Già negli affreschi del palazzo bolognese sono presenti, accanto ai personaggi mitologici, gli aspetti della vita quotidiana e del lavoro che non erano quasi mai apparsi in opere precedenti. I quadri più significativi dell’Accademia degli Incamminati sono quelli in cui si rappresenta anche il mondo dei semplici e degli esclusi come ad esempio -Il Mangiafagioli- di Annibale, che si trova a Roma nella Galleria Colonna, o la greve e realistica -Macelleria- sempre di Annibale, ora ad Oxford. Accanto a queste tele rivoluzionarie coesistono però le opere ispirate alla pittura aulica del Cinquecento veneto, emiliano-romagnolo o toscano, come in quasi tutte le rappresentazioni degli affreschi del palazzo.bo 305 bo 306 bo 323 bo 342 bo 363                      Nella sala, dedicata quasi esclusivamente ai Carracci, sono presenti alcune tele di Ludovico tra cui -Giosuè mostra a Mosè il vitello d’oro- del 1610-12bo 356                                                    e il -Ritorno dalla fuga n Egitto- del 1598-1600.                                                                             bo 358                 Ludovico si dedica alla pittura in tarda età ed esercita la sua professione quasi esclusivamente a Bologna, tranne una parentesi a Roma per affrescare palazzo Magnani. Sono tipiche di Ludovico le espressioni emotive e naturali dei personaggi che anticipano il Guercino.                                                                                                                                                             bo 351                  Di Agostino Carracci troviamo -Arrigo Peloso, Pietro Matteo, Amon Nano e altre bestie- del 1598-1600 proveniente dal Museo di Capodimonte  ebo 349                  la -Madonna con Bambino e santi- del 1586. Di Agostino ci rimangono numerose incisioni a bulino soprattutto delle opere del Veronese e del Tintoretto, non ci si deve quindi stupire se l’influenza dei pittori veneti è così evidente nei suoi dipinti.            bo 354                 Di Annibale Carracci è presente la -Venere e satiro con due amorini- del 1589-1590.  Annibale fu sicuramente il più importante dei Carracci, a lui sono attribuite le opere più significative della sua Scuola e con lui si scavalca di un colpo la rappresentazione manieristica classicheggiante e la ‘bella pittura’  I motivi tradizionali non vengono di certo abbandonati ma su questi si inserisce il bisogno di rappresentazione di una realtà viva e immediata che non abbandona mai i motivi naturalistici. I suoi dipinti risentono della pittura veneta, di Correggio e spesso presentano motivi aulici classicheggianti. Numerose sono le sue opere eseguite in varie città italiane, soprattutto a Roma, dove lavora per i cardinali Farnese e Aldobrandini e dove subisce l’influenza di Raffaello, stilizzando le sue figure in una fissità e immobilità che rendono la pittura spoglia ed essenziale anticipando Poussin e il Domenichino.

Guido Reni partecipa all’Accademia dei Carracci studiando Raffaello e il naturalismo. Lavora pure con Ludovico e a Roma ottiene commissioni di grande prestigio. Fu in questa città che assimilò lo studio del mondo antico che trasporterà sulla tela unito ad una nostalgia e bellezza struggente che talvolta assumerà toni melodrammatici come non si mancherà di notare in questa – Lucrezia preordina il suicidio- del 1640bo 379        oppure nell’-Annunciazione- del 1629 dove, sopra le ali dell’angelo  si apre uno squarcio del paradiso.bo 397                       L’influenza di Giulio Romano si fa invece sentire nella -Caduta dei Giganti- del 1637bo 377      Di Giovanni Francesco Barbieri, detto il Guercino, ecco la -Madonna della rosa con il Bambino- del 1615-16.bo 381       – Il pianto di san Pietro –  del 1650bo 385                   e – Rinaldo impedisce il suicidio di Armida- del 1664.bo 387             Le fonti della cultura del Barbieri furono i dipinti dei Carracci, di Dosso Dossi, di Nicola dell’Abate e le opere di Rubens e del Fetti di cui si sente l’influenza in quasi tutti i suoi dipinti. La sua pittura rappresenta paesaggi illuminati dalla luna, ricchi di chiaroscuri in cui le figure esprimono spesso una pacata rassegnazione per l’esistenza umana come ad esempio nel celebre dipinto -Et in arcadia ego- dove due giovani, che guardano in direzioni opposte, sono separati da un teschio  (non ancora completamente spolpato) da un cielo azzurro cupo e da un paesaggio selvaggio su cui domina un avvoltoio. L’opera non è purtroppo presente in mostra, ma ci basta guardare il -Pianto di San Pietro- per capire l’intensità e il realismo, il pathos tragico e immediato delle rappresentazioni del Guercino.

Guido Cagnacci lavora nella bottega del Reni dove assimila lo stile del Maestro e dei pittori veneziani. Le sue opere sono improntate ad una vena di sensuale malinconia come ne -L’allegoria del tempo e della vita umana- del 1650,                              bo 390         in cui una languida e sensuale fanciulla tiene nella mano destra la rappresentazione della bellezza e dell’amore simboleggiati dai due fiori, nella sinistra la clessidra del tempo e il teschio del disinganno.  bo 394           E il -Ratto d’Europa- del 1650-55.

Di Benedetto Zalone abbiamo un -Riposo nella fuga in Egitto- del 1640 proveniente dalla Fondazione Cavallini-Sgarbi.bo 383         E’ un quadro che mi ha lasciato alquanto perplessa, sia per la disposizione dei personaggi, umanamente scomposti secondo i canoni della pittura del tempo, sia per le vesti che sembrano accartocciate, soprattutto quelle della Madonna che, come san Giuseppe, ha un volto umano, forse troppo umano. Mi è sembrato strano anche lo sfondo rossastro e l’albero che circonda la testa di Giuseppe. Quindi, per evitare gli appunti dei miei coltissimi lettori, ho compiuto una piccola ricerca fra i miei testi d’arte e in un catalogo dell’edizione Motta del 2001, dedicato al Guercino a pagina 67, ho trovato un quadro quasi identico, che si trova a Digione, di Matteo Loves intitolato anche lui -Riposo durante la fuga in Egitto- (già attribuito a Benedetto Zallone) Matteo Loves era un pittore di origine inglese, vissuto a lungo in Germania, quindi naturalizzato emiliano e questo spiegherebbe il suo stile. Ma per poter fare un’attribuzione certa non basta la mia brutta foto, quindi lascio il problema agli esperti d’arte .

Un pittore importante fu Marcantonio Franceschini, legato alla scuola bolognese del Seicento e alle regole della pittura classica come si può notare ne -La Venere e Cupido-bo 404         e ne -L’Adone cacciatore-, entrambi del 1710.bo 403

Donato Creti lavorò a Palazzo Fava per circa un ventennio quindi conobbe le opere dei Carracci, del Reni e della scuola classicista da cui sembra decisamente influenzato come nelle allegorie della Prudenzabo 407                       della Temperanza,bo 408                      dell’Umiltà

bo 410          e della Carità; tutte opere del 1721-22.

bo 411

La Ruth di Hayez del 1853, di stretto rigore formale neoclassico, mostra nello stesso tempo un profondo pathos e una ricerca attenta alle sfumature del colore.bo 415

Nell’ultima stanza, in alto, abbiamo -La nevicata- del 1910 del giovane Morandibo 429                        quindi una nutrita serie delle sue nature morte di cui mi limito a riprodurne alcune lasciando i commenti a chi ama e comprende questo genere di pitture. bo 431 bo 435 bo 427 bo 422

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