La sindrome di Stendhal

FI 342                      “Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti e dai sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce ebbi un battito del cuore la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere” Così descrive Stendhal il suo stato d’animo , in un mattino del  1817,  a Firenze.                                                                                        Il malessere fisico dello scrittore francese venne analizzato scientificamente per la prima volta dalla psichiatra Graziella Magherini che nel suo libro, intitolato appunto -La sindrome di Stendhal. Il malessere del viaggiatore di fronte alla grandezza dell’arte- descrive il caso di parecchi turisti stranieri in visita a Firenze, colpiti da episodi acuti di sofferenza psichica e fisica alla vista delle opere d’arte. Lo studio si basa sull’analisi delle persone da lei assistite presso l’ospedale fiorentino: in maggioranza giovani, di sesso maschile e di buona cultura, provenienti dai Paesi del Nord Europa e del Nord America. La studiosa, dopo aver analizzato i suoi pazienti. giunge alla conclusione che quando osserviamo un’opera d’arte , si attivano dentro di noi, nel nostro inconscio, esperienze dimenticate e rimosse dalla nostra coscienza. Le immagini artistiche sono stimoli profondi per la nostra psiche che viene messa di fronte a immagini che mostrano una realtà diversa da quella in cui siamo immersi nella vita di tutti i giorni. Il mondo costruito dall’artista è il mondo del rimosso del visitatore, il quale, confrontato con le sue esperienze infantili, entra in uno stato emotivo insopportabile e sviene, oppure viene colto da nausea e agitazione. La creazione artistica ci indica le strada del nostro inconscio e lo porta alla luce creando un conflitto con il nostro stato presente. La contemplazione estetica non è puro piacere ma contiene in sé un elemento di inquietudine. Il soggetto è preso da un inconscio attacco di invidia del bello del quale vorrebbe impossessarsi. Prova un senso di malessere e di impotenza di fronte alla perfezione e alla creatività che lo sconvolge. Vorrebbe essere lui l’autore di tanta bellezza ma la realtà è ovviamente diversa.                                                            Tutta questa lunga e noiosa introduzione per spiegare il mio stato d’animo quando, dopo tanti anni, rivedevo la chiesa di Santa Maria Novella a Firenze. Non si preoccupino i miei gentili lettori, non sto scrivendo dall’ospedale psichiatrico di Firenze, in genere io sono abituata alla visione di opere d’arte, ma il trovarmi in una chiesa in cui sono presenti le opere di quasi tutti i fondatori del Rinascimento, quindi coloro che hanno iniziato una nuova visione della realtà e una nuova rappresentazione del mondo, mi ha tolto per un po’ il fiato.FI 158                   Ho a casa una bellissima foto del crocifisso di Giotto sul volume dell’Electa  dedicato al 1300, in cui si vede molto bene l’umanità del volto di Cristo, si vedono le braccia tese che non riescono quasi a sostenere il corpo che si è piegato ad arco, il chiodo unico che sigilla i piedi alquanto contratti come le mani con le dita ad artiglio e i volti angosciati  ma severi della Madonna e di San Giovanni, ma la riproduzione non mi ha mai procurato le emozioni che ho provato in quel momento sotto l’enorme crocifisso creato da Giotto  prima del 1290 e ancora lì davanti a me, appeso in alto in mezzo alle navate di Santa Maria Novella.                                                                                                                                                 Alla mia sinistra ecco la trinità di Masaccio, un altro dei padri del Rinascimento,FI 138                   colui che ha posto le basi della pittura moderna, creando figure reali, vive, che hanno corpo e dimensione e una realtà terrena anche se simboleggiano e raffigurano la divinitàFI 140                Masaccio non teme di rappresentare gli aspetti sgradevoli dell’umanità, come lo scheletro che si trova in basso nell’affresco e che sorregge idealmente e visivamente tutto il dipinto.                                                                                                                                                                 A destra, nella cappella Gondi, troviamo il crocifisso ligneo di Brunelleschi, scolpito tra il 1410 e il 1415 in gara con Donatello.FI 083                   Disegnato da Brunelleschi e eseguito da Giovanni di Pietro del Ticcia è pure lo splendido pulpito con episodi del Vangelo, situato in mezzo alla chiesa e dal quale predicavano i frati domenicani.FI 151 FI 149                        Ma eccoci davanti alla cappella maggiore e agli affreschi del Ghirlandaio che John Ruskin nel suo -Le mattinate fiorentine– critica affermando che sono sì graziosi e eleganti, ma freddi, rigidi e senza vita.FI 098                Inutile aggiungere che io li trovo molto belli e affascinanti, oltre che importanti per farci capire la vita fiorentina del 1500. Infatti gli affreschi, commissionati da Giovanni Tornabuoni nel 1485 a Domenico Bigordi (il Ghirlandaio) sono una rappresentazione dei personaggi storici della Firenze di allora raffigurati e ritratti nelle scene bibliche.FI 093                     Sono un’esaltazione della famiglia Tornabuoni e delle persone importanti che la frequentavano. Anche la composizione architettonica che fa da sfondo alle figure riprende particolari della Firenze del 1500.FI 089 FI 099                   Splendido il soffitto che rappresenta i 4 evangelisti e che divide la cappella in 4 parti e in 4 soggetti biblici diversi.FI 096                        La vetrata, realizzata nel 1491 da Alessandro Acolanti su disegno del Ghirlandaio, rappresenta gli Apostoli e la Madonna della Cintola ; un chiaro esempioFI 104                di come nella Firenze rinascimentale anche l’artigianato assumesse forme eccelse. Prima di passare alle altre cappelle mostro un particolare del coro ligneo realizzato da Giovanni Gargiolli su disegno del VasariFI 105                   e il candelabro della fine del 1300 attribuito a Giovanni Tedesco.FI 085

La splendida cappella Bardi, sulla parete di sinistra, presenta resti di dipinti parietali attribuiti a Duccio di Boninsegna e aiuti  del 1285. Sull’altare si trova la tavola della Madonna del rosario completata da Giorgio Vasari nel 1569, mentre gli affreschi sulle altre pareti sono stati attribuiti da Roberto Longhi a Dalmasio di Jacopo Scannabecchi che li realizzò intorno alla metà del XIV secolo, raffigurando storie della vita di san Gregorio Magno.FI 117 FI 118

Poco ho potuto vedere della cappella Strozzi ora in restauro, ma anche attraversoFI 111              le impalcature si potevano ammirare le figure dipinte da Filippino Lippi (non Filippo) nel 1502, con un san Giovanni che risuscita Drusiana, ambientato in un perfetto paesaggio rinascimentaleFI 113

La cappella Rucellai era inondata dal sole e quindi le foto erano impossibili da fare.FI 123               Il sepolcro di Cenni di Nardi di Giunta Rucellai è fuori dalla cappella e risale al 1510, opera di anonimo scultore fiorentino.                                                                                       FI 121

La cappella Strozzi di Mantova, fatta edificare tra il 1337 e il 1350, dalla famiglia Strozzi del ramo di Rosso di Geri, esiliata a Mantova , presenta gli affreschi di Nardo di Cione, fratello minore dell’Orcagna, con la collaborazione di Niccolò di Tommaso,FI 067 FI 070                    con la rappresentazione del purgatorio e del paradiso.                                                               Sulle volte a crociera e sulle vele, Giovanni del Biondo raffigurò San Tommaso d’Aquino e le personificazioni delle virtù.FI 068                   Splendido il polittico di Andrea di Cione detto l’Orcagna.FI 071                    Sotto la scala che conduce alla cappella Strozzi, un’antica cappelletta, di dimensioni decisamente ridotte,FI 125                    contiene il sepolcro dei discendenti di Rosso di Geri Strozzi con le pareti affrescate da Agnolo Gaddi che raffigurano Gesù morto con le Marie e altri santi.FI 128 FI 129

Vi sono molte altre opere importanti e famose da vedere nella chiesa ma credo di aver esaurito la pazienza dei miei lettori per cui termino con un particolare della decorazione della cappella Strozzi , opera di Nardo di Cione FI 073             e la promessa di mostrare qualche immagine dei chiostri di Santa Maria Novella nel prossimo post.

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2 risposte a La sindrome di Stendhal

  1. lois ha detto:

    Ciao Elena (lieto per te che non sei di quei turisti internati!!) hai proprio ragione sull’edificio che anche io ho potuto rivedere qualche settimana fa: Lo stupore di avere un palinsesto unico e completo di quello che fu lo “stravolgimento” e la rivoluzione dell’arte e della cultura italiana del XV secolo.
    L’arte per fortuna ha la capacità di rinnovare in noi il concetto di bellezza e di rafforzare la capacità di stupirci, perchè di fronte a questi capolavori non si può fare a meno di spingersi col pensiero verso la grandezza umana. Immagina per un attimo di essere ai primi del Quattrocento in quell cantiere che dovette essere la chiesa e nelle strade intorno. Quegli uomini stavano cambiano il mondo e forse neppure lo sapevano perchè erano impegnati a trasmettere la loro passione ed il loro amore!

    • elena ha detto:

      Grazie Lois, ma temo che se continuo ad andare a Firenze prima o poi scriverò i miei post dall’ospedale psichiatrico (chissà se me lo permetteranno!?) Firenze è così ricca di opere d’arte che ci si sente schiacciare da tanta grandezza, una sensazione che non provo affatto visitando la Biennale. Mi chiedo se forse l’essere umano non stia peggiorando di generazione in generazione. L’arte in fondo, per me, è l’unico aspetto degli esseri umani che trovo positivo e che mi permette di accettarmi come tale e che credo faccia parte soprattutto degli Italiani del Rinascimento consci di quello che stavano creando anche per le altre barbare nazioni (non lo dico solo io ma anche il Ruskin)

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