I Discorsi e l’Etica

Gli anni più gloriosi nella storia della cultura cinese furono il periodo degli Stati Combattenti. Un’età in cui sorsero sistemi filosofici destinati ad esercitare un’influenza determinante in tutto l’Estremo Oriente. In quest’epoca di grandi disordini e agitazioni sociali, sorsero le 100 Scuole Filosofiche il cui compito principale fu quello di definire il carattere morale del potere politico e di tutta la popolazione. La monarchia, mai messa in discussione, nemmeno nei momenti dei maggiori disordini sociali, non aveva attributi divini come nelle società feudali europee. Al di sopra del re c’era il Cielo da cui il sovrano aveva ricevuto il mandato di governare, ma un sovrano che non possedesse le virtù morali della giustizia, dell’umanità e della lealtà avrebbe subito la giusta punizione che consisteva nella ribellione del suo popolo contro di lui. Un’altra caratteristica della civiltà cinese da tenere in considerazione quando si affronta lo studio della sua filosofia è l’estremo realismo del pensiero cinese per cui ogni regola morale deve seguire da un’attenta osservazione della realtà.                                                                                                                                                                                       Il filosofo che maggiormente ha influenzato il pensiero orientale è stato senza dubbio Kong Fuzi (il Maestro Kong) da noi chiamato Confucio (551-479 a.C)   Spesso accusato di conformismo  e rifiutato in varie epoche perché non più adatto ai tempi, riesce a porre le basi, semplicemente con i suoi Discorsi e con l’insegnamento ai suoi numerosi discepoli, di una mentalità ancor oggi presente nella Cina contemporanea.

Confucio studia il suo popolo, ne vede le virtù e i difetti e cerca di arginare con i suoi insegnamenti gli effetti negativi che alcuni caratteri tipici della popolazione  potrebbero avere su tutto lo Stato. Il Maestro, spesso criticato per la sua esaltazione della sottomissione filiale, che  a noi può sembrare un’imposizione superata, deriva il suo codice morale dall’osservazione  dei numerosi casi di parricidio dovuti all’educazione troppo indulgente dei genitori cinesi, che, troppo amanti dei loro figli li viziavano.                             “Che i genitori abbiano a preoccuparsi solo delle malattie dei loro figli” Afferma  nel libro II aforisma 6 degli Analecta.

I Lun Yu, letteralmente dialoghi o frasi, da noi tradotto appunto come Analecta, raccolgono  il pensiero e l’insegnamento del grande Maestro. Si dividono in venti libri che contengono aforismi, massime, insegnamenti, completamente separati gli uni dagli altri ma che in generale  si possono riunire sotto le seguenti categorie:

-La virtù e il senso di giustizia-  -Il rito e la legge- -La differenza tra l’uomo nobile e il volgare- – Il senso di umanità- -I giudizi sulla natura umana e una severa autoanalisi della propria opera di insegnante-

Confucio non voleva essere un pensatore originale; credeva negli antichi e ammirava profondamente la loro cultura e civiltà e ne voleva trasmettere gli insegnamenti come afferma chiaramente negli Analecta: – Io tramando e non creo, confido negli antichi e li amo.- -Non sono venuto al mondo con il sapere innato, ammiro gli antichi e mi sforzo di penetrarne il senso- – Chi esaminando il passato comprende il presente può essere ritenuto un vero maestro-

Confucio non vedeva differenze tra gli esseri umani – La natura umana è simile in tutti gli esseri umani , ciò che li differenzia sono i costumi– Il suo studio è concentrato soprattutto sulla conoscenza dell’animo umano. – Guarda a quali fini un uomo è rivolto; osserva le motivazioni del suo agire; esamina ciò di cui si compiace. Può mai un uomo nascondersi?-                                                                   I consigli che rivolge ai suoi discepoli colpiscono per la loro incisività e non si possono facilmente dimenticare. Ciascuno di loro meriterebbe un’analisi approfondita che la mancanza di tempo mi impedisce di fare per cui mi limito a scriverne di seguito alcuni, quelli che ho trovato più interessanti:                                                                                                                               -Non affliggerti per non essere conosciuto dagli uomini, affliggiti piuttosto per non conoscere gli uomini-                                                                                                                                                     – Essere povero e non provare acredine è difficile, essere ricco e non provare orgoglio è facile-                                                                                                                                                                                                           – Quando si ama qualcuno si può non esigere da lui il massimo sforzo? Quando si è leali con qualcuno gli si possono tacere i propri rimproveri?-

Il precetto che deve governare tutta la vita si trova nel libro.15 af.24                                                                          – Ciò che non desideri per te non imporlo agli altri–                                                                                                                                         Nello stesso libro troviamo altre interessanti massime che si possono applicare anche oggi. Come:   –Il più grande errore è quello di non correggere i propri errori-   -Non si discuta con chi percorre vie differenti-   -Se non parli con chi è giusto parlare perdi l’uomo, se parli con chi non devi parlare perdi le parole. Il saggio non perde le parole e non perde gli uomini-  – Il benpensante di paese è il parassita della virtù-   -Venendo a contatto con un saggio lo si prenda a modello, entrando a contatto con una persona priva di saggezza ci si interroghi seriamente-   – Chiacchierare tutto il giorno senza dire mai nulla di essenziale, divertendosi con inutili motti di spirito. Che destino vergognoso!-

Il senso di umanità con cui  noi traduciamo l’ideogramma rèn composto dall’ideogramma uomo e da due linee che indicano il numero due, è alla base di tutte le riflessioni del Maestro. Ricorre almeno 100 volte negli Analecta e è evidentemente utilizzato come un termine che comprende in sé tutte le qualità che un essere umano dovrebbe possedere. Il rèn è ciò che rende un uomo autenticamente tale, che lo individua con la sua personalità ed eticità come singolo che entra in rapporto con gli altri, consapevole della propria essenza e dell’influsso reciproco che gli uomini esercitano tra di loro. Il rèn è l’essere sempre presenti a se stessi, responsabili dei propri pensieri e delle proprie azioni. In che cosa consista il rèn è chiaramente indicato nel libro 17. af.6 –Il senso di umanità consiste nel sapere agire nella realtà esercitando i 5 aspetti ossia: cortesia, generosità, sincerità, zelo, affabilità. Con la cortesia non si incorre in umiliazioni,con la generosità si riscuote il consenso generale, con la sincerità si ottiene fiducia, con lo zelo si realizzano opere meritorie, con l’affabilità si è in grado di impegnare gli uomini-                                                                                                                                                     Il rèn è un riflettere se stessi negli altri con onestà e consapevolezza sapendo che ogni nostra azione avrà un’influenza sulle altre persone come si scrive nel libro 6.30 —L’uomo incentrato nel senso di umanità promuove l’autonomia negli altri; se desidera progredire fa progredire gli altri. Valuta gli altri in rapporto a se stesso e con se stesso Ossia attraverso la propria persona con il senso di umanità si può raggiungere la realtà esistenziale degli altri esseri umani. Ma solo pochi raggiungono il senso di umanità per cui chi vuole continuare per la via della saggezza e della nobiltà d’animo deve (L.9.25)   -Fare assegnamento sull’essere sinceri e coscienziosi. Non stringere amicizia con chi non gli è pari e se sbaglia  non deve avere paura di emendarsi-                                                                                                                                               Del IV Libro, intitolato -Dimorare nel senso di umanità-  cito solo alcune frasi che permettono di chiarire ulteriormente il concetto e la sua importanza per Confucio:                                     – E’ bello dimorare nel senso di umanità. Solo possedendola si può ottenere la saggezza- -Chi non ha senso di umanità non riesce a sopportare le difficoltà e non riesce a perseverare nella gioia- -Soltanto chi mantiene il senso di umanità può amare gli uomini o detestarli- -Gli uomini desiderano ricchezza e poteri ma vi si deve rinunciare se non si possono ottenere in modo onesto- -Gli errori degli esseri umani derivano dal loro modo di essere. Osservandoli si capisce il loro carattere- – Tre amici ci aiutano a migliorare: onestà, fiducia e vasto sapere. Tre amici ci portano alla rovina; disonestà, impostura, adulazione-

Il senso di umanità è ciò che distingue l’uomo nobile dal volgare. E gli insegnamenti, indirizzati alla classe politica dominante, si rivolgono soprattutto a coloro che devono essere nobili nell’animo per poter governare in modo giusto. Ma nobile e volgare non caratterizzano solamente due classi sociali, per estensione diventano due istanze etiche in opposizione ma tutte e due presenti nell’animo umano. Il nobile junzi, termine che si può tradurre come figlio del re, si contrappone allo xiaoren, il piccolo uomo, il meschino e il volgare e è contro questo aspetto dell’animo umano che il Maestro lancia i suoi strali. Il junzi è quella parte di noi che tende ai valori spirituali più alti mentre lo xiaoren tende alla soddisfazione immediata dei desideri che diventano l’unico scopo della vita. Essere subordinati ai  desideri immediati della vita significa pure essere subordinati al governo di chi riesce a controllare questi desideri. Il vantaggio personale e il criterio del profitto sono gli elementi che legano il volgare alla bassezza, mentre il nobile, che valuta le azioni secondo un criterio di giustizia è capace di riflettere sul modo più corretto di agire. – Tre sono le vie del nobile che io non soddisfo: -avere umanità senza ansia, conoscere senza dubbi, avere coraggio senza paure–  Confucio dichiara umilmente che anche lui non riesce a raggiungere la perfezione che auspica nell’animo nobile. Le aspirazioni  verso un’etica superiore trovano nell’animo umano tendenze e paure che la ostacolano,ma è contro queste tendenze verso il basso, il particolare e l’indistinto che il junzi deve combattere le sue intime battaglie. Ma lasciamo che parlino in modo conciso e immediato, cogliendo il segno e colpendo i problemi, gli ideogrammi di Confucio:                                                                                             -L’uomo nobile è colui che prima mette in pratica le proprie idee e poi ne parla- -Il nobile ha una visione universale, non considera il particolare, il volgare ha una visione limitata, non vede in generale- – Il nobile migliora le buone qualità degli uomini, il volgare fa l’opposto- .Il nobile cerca l’armonia non l’uniformità, il volgare cerca l’uniformità non l’armonia- -Il nobile soffre quando non può giudicare se stesso positivamente non quando gli altri non riconoscono i suoi talenti- -Non sono le parole che fanno accettare al nobile una persona. E non a motivo della persona il nobile rifiuta le parole- -Il nobile è sicuro e giusto non ostinato- – Nel processo di crescita si amano i riti e la musica, si riconoscono le qualità positive negli altri, si stringe amicizia con  persone di valore . Nel processo di decadimento si deriva il proprio piacere dall’orgoglio dall’ozio e dal cibo.-                                                                                                                                                                                                     -La sostanza stessa del nobile è il senso di giustizia che esercita mediante la ritualità, rende manifesta con la modestia e perfeziona con la lealtà-

Il rito nel pensiero di Confucio assume un’importanza fondamentale. Il lì, che all’origine della storia cinese rappresentava l’insieme delle regole  che governavano le celebrazioni rituali, diventa per il nostro filosofo, l’insieme delle regole che devono governare la vita umana. Le consuetudini controllano il rapporto tra gli uomini in modo tale che la loro vita trovi  radici nel grandioso passato e trasmetta al futuro gli stessi principi etici. Si basa sulle correlazioni esistenti all’interno della famiglia, nei rapporti tra i coniugi, tra genitori e figli, tra il figlio maggiore e il minore e che riflettono i rapporti gerarchici tra i sovrani e i sudditi.. Il rito dà significato alle azioni umane, le allontana dal comportamento istintivo tipico dei barbari. Il rito agisce positivamente sugli uomini e li spinge al retto comportamento, e, radicandosi nel loro inconscio, ne modifica e controlla l’istintualità creando una coscienza etica come si afferma chiaramente nel libro 2. par. 6                                             – Se si governa una nazione facendo affidamento sulle leggi e si mantiene l’ordine mediante le punizioni, il popolo cercherà di eluderne l’azione e  non avrà una coscienza etica. Se invece si guida uno stato affidandosi alla virtù e mantenendo l’ordine con la ritualità, il popolo acquisterà un’etica  e tenderà naturalmente al bene.-                                                                                                 Una società governata dalla giustizia e retta sulle regole rituali non dovrebbe aver bisogno di leggi. Il governante che si fa carico delle giuste aspirazioni  della sua comunità riesce a contenere  entro l’ordine costituito dai riti le spinte egoistiche e violente che inevitabilmente affiorano dall’animo umano. Ma per far aderire anche l’individuo più refrattario al senso di giustizia  bisogna che i riti tocchino le istanze più profonde dell’animo umano e ne modifichino i caratteri negativi instaurando nel contempo un istintivo comportamento etico indispensabile al benessere individuale e sociale. Il rito è spesso abbinato alla musica che anticamente includeva un ambito assai vasto di manifestazioni artistiche come il canto, la danza e le arti plastiche. Se la musica è perfezione armonica , il rito diventa armonia che coinvolge e regola l’animo umano; raffigura e riproduce l’ordine dell’universo, con il volgersi delle stagioni, con il giorno che segue alla notte e lo stesso ordine si deve riprodurre nella società umana. Soltanto in una società ordinata, quindi armoniosa, e organizzata secondo il senso rituale è possibile   dispiegare tutto il proprio potenziale umano. Una società in cui il lì e il rèn non siano presenti è una società destinata al fallimento. E’ una società in cui prevale il crimine che non è visto solamente come un problema di ordine legale, ma come un’infrazione di ordine cosmico  che sconvolge i rapporti che esistono tra il Cielo e la Terra   e che crea conseguenze funeste per tutta la comunità.

Il rito rientrava nel patrimonio culturale dei nobili, un codice d’onore che regolava ogni loro azione e che li condannava al suicidio, per evitare il disonore, nel caso avessero compiuto un’azione disonesta. La legge, emanata dai nobili, era per il popolo e trattava soprattutto della giustizia penale. Il rito, non discende fino al popolo e la giustizia penale non sale fino ai dignitari. Il nobile non ha bisogno della legge, regola   la sua attività sui riti che moderano e controllano il suo modo di esprimersi e di governare. Il nobile è tale per la sua sincera e profonda aderenza ai riti che ne modellano il comportamento e  creano  in lui un profondo senso di civiltà: -Un rispetto che non corrisponda allo spirito del rito è increscioso , la cautela che non deriva dal rito è insicurezza, l’intraprendenza che non è corretta dallo spirito rituale è trasgressione, la schiettezza che non osserva lo spirito rituale è brutalità– Si afferma nel Libro  8.par. 2 Non è ammessa però l’ipocrisia nell’adesione ai riti i quali devono regolare e uniformare in modo profondo la personalità umana. E se chi governa si uniforma  ai principi della rettitudine  anche il popolo sarà retto e onesto. Nel Libro 12 par. 18  Confucio fa notare  al nobile Jì Kangzi che si lamentava dei numerosi furti nel suo territorio: –Se voi non nutriste desideri avidi, non vi sarebbero furti nemmeno se incoraggiati- E, richiesto in che cosa consistesse l’arte di governo, Confucio risponde: -L’essere d’esempio la popolo nel sobbarcarsi gli oneri e non cedere all’indolenza- (L.13 p.1) E, –Se si è onesti che problemi ci saranno mai a governare. Ma se non si è in grado di rendere onesta la propria persona  come mai potranno essere corretti gli altri?- (L.13.13f)

Nel Libro XIII degli Analecta Confucio esprime un’altra fondamentale teoria  quella riguardante i nomi e la loro aderenza alla realtà, mettendo così in luce uno dei problemi più importanti della filosofia cinese , ossia il rapporto tra il nome e la realtà che questo esprime  che troverà la sua espressione filosofica alcuni secoli più tardi nella Scuola dei Nomi a cui aderirono molti filosofi del diritto.   – Le parole esprimono semplicemente  ciò che devono comunicare e nient’altro- afferma nel L.15.p41                                                                                                     Nel par. 13: “ Zilù chiese:  Se il junzi di Wei vi affidasse il governo a quale misura dareste il primo posto? Confucio rispose: indubbiamente alla rettificazione dei nomi! Zilù si meraviglia e dice , Come siete contorto, come mai questa correzione?  Confucio ribatte: quanto sei volgare! Rispetto a ciò che non capisce il nobile sospende il suo giudizio!   Se i nomi non aderiscono al proprio significato i discorsi saranno privi di rapporto con la realtà, se i discorsi sono privi di rapporto con la realtà allora ciò che viene realizzato non sarà un vero conseguimento ; se ciò che viene realizzato non sarà un vero conseguimento allora i riti e la musica non entusiasmeranno; se i riti e la musica non  piacciono  le punizioni non colpiranno in maniera mirata, se le punizioni non colpiscono in maniera giusta  gli uomini non conosceranno i propri limiti perciò il nobile nel pronunciare le parole deve tener conto del loro vero significato e utilizzandole deve conoscere le effettive  possibilità di metterle in atto. Chi governa non può parlare in modo trascurato-

Bibliografia:

Fung Yu-Lan -Storia della filosofia cinese- Mondadori                                                                        Charles P. Fitzgerald -La civiltà cinese- Jouvence                                                                                   a cura di L. Maggio – Confucio-Analecta- Bompiani  (da cui provengono alcune traduzioni dei pensieri che io non riuscivo a tradurre)

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